Fototessere 13: l’attesa che ospita la speranza

Adelina Bartolomei, un percorso di fede che, a partire dal legame con l’ebraismo, ci vincola al dovere della testimonianza

Prosegue la serie di incontri dialogati che Paolo Ricca realizza per Riforma e che ha visto finora i ritratti di Maria Paola RimoldiAnnapaola CarbonattoMatteo FerrariFulvio FerrarioGabriella CaramoreVito TamboneAndrea DemartiniMarco Cassuto MorselliShangli XuGiorgio TournFra Lorenzo Ranieri e Alba Cordaro: uomini e donne che hanno dei ruoli conosciuti all’interno delle chiese evangeliche in Italia o nell’ambito ecumenico, ma anche persone che, pur non avendo incarichi conosciuti ai più, portano con sé un’esperienza di fede significativa per tutti e tutte noi. Oggi è il turno di Adelina Bartolomei. Buona lettura!

Seconda di quattro figli, Adelina Bartolomei è nata a Genova il 17 gennaio 1938. La mamma aveva rinunciato sia all’insegnamento sia a completare la formazione di pianista, per dedicarsi alla famiglia. L’attività professionale del padre, prima, e del marito poi, sono state causa di molti traslochi, compreso un periodo vissuto all’estero, dopo il matrimonio. Laureatasi a Venezia in Pedagogia e Filosofia, non essendovi ancora, all’epoca, una Facoltà di Psicologia, si è poi abilitata all’esercizio della Psicoterapia e della Psicodiagnosi, divenute la sua professione. Interessata al rinnovamento della chiesa, al dialogo ecumenico, ebraico-cristiano e interreligioso, nonché alla vita civile e politica, ha collaborato a iniziative di formazione nei due ambiti e aderito ad associazioni come “Cercasi un fine…”, il Segretariato attività ecumeniche (Sae), la Fraternità Anawim, Religions for peace e l’Amicizia ebraico-cristiana, di cui è stata presidente negli anni 2008-2012. Vedova, con un figlia, vive a Roma, dove nel 2008 è stata confermata nella chiesa valdese di piazza Cavour.

– So che la sua fede non è nata ieri, ha una lunga storia. Chi o che cosa l’ha avviata verso la fede? La famiglia? La Chiesa? O un incontro particolare?

«Mio padre era un uomo probo, non credente e affettuoso; mia madre, cattolica, esprimeva la propria fede nella carità e nella libertà. La guerra portò mio padre, come partigiano, molto lontano da noi. La mamma, senza alcuna notizia del compagno e in mezzo a tante privazioni, è stata una roccia e ha custodito i figli con il sostegno di tanta, fiduciosa preghiera. Mia nonna materna andava ogni mattina a “Messa prima”. Davanti alle più severe avversità ripeteva: “Sopra il Monte il Signore provvederà!”. Le scelte di coscienza, senza etichette, di chi prende sul serio la vita e la difende per sé e per gli altri, preparano il terreno su cui il seme può dare frutto.

– Può, nel corso del suo cammino di fede, individuare dei momenti di svolta, sia nel senso di una crisi, cioè di un ripensamento critico, sia nel senso di una crescita, di una maturazione verso una fede adulta?

«Da adolescente, l’inserimento nella chiesa/istituzione fu difficile, poiché non comprendevo la sintassi della liturgia. Frequentai poi gli universitari cattolici della Fuci di Venezia. Era patriarca Roncalli, che incoraggiò la lettura della Scrittura favorendo, così, una formazione fondata sugli studi biblici. Si cominciò dalla Sapienza. In comune con mia madre, prediligevo i Salmi. E poi le tante scoperte che la Scrittura ci dona».

Immagino che esercitando la sua professione di psicoanalista, le sia successo più di una volta di imbattersi in persone nelle quali fede e superstizione si mescolavano una nell’altra. Lei come distinguerebbe tra fede e superstizione?

«Nelle religioni questi elementi sono intrecciati. La superstizione, riguarda la parte di noi più arcaica, infantile e onnipotente che vorrebbe controllare magicamente la realtà. In alcune religioni la sua presenza idolatrica è imbarazzante, ma anche le più rigorose rischiano di onorare dei feticci, dei costrutti umani, quando fanno di sé stesse un mito, anziché ascoltare la voce di Dio, che spesso parla una lingua straniera. Senza la Resurrezione, Gesù sarebbe diventato un idolo».

Le sarà anche capitato che qualcuno le abbia chiesto di aiutarlo a credere in Dio. Lei come risponde oggi a una richiesta come questa?

«Ho accolto convinte dichiarazioni di “ateismo”. Ho scelto la Scrittura, per fornire esempi e modelli di relazioni. Non nego un’arrière-pensée, che le mie parole potessero, con l’aiuto di Dio, suscitare una Parola di fede».

Lei è stata parte attiva in alcuni gruppi e movimenti cattolici postconciliari. A esempio ha fatto parte degli Anawim, poco conosciuti nel nostro ambiente. Chi sono? Quando sono nati e con quali finalità?

«La “Fraternità degli Anawim” nasce nel 1977, dall’esperienza delle relazioni gioiose e solidali che don Giovanni Cereti aveva condiviso in Centro Africa, mentre in patria giudizi moralistici e di classe creavano mondi separati, senza occasioni di incontro tra diversi. I fermenti del Vaticano II e del ‘68, e una certa ispirazione a Theilard de Chardin, sostenevano il progetto. Ci si incontra in piccoli gruppi, per discernere insieme e aiutarsi a concretizzare le scelte. La Fraternità è aperta a tutti, nella comune ricerca di quella Parola che è nascosta nella vita».

Lei è stata presidente dell’Amicizia ebraico-cristiana di Roma. Sulla base di questa esperienza, non le sembra che tra cristiani ed ebrei esista una base comune che consentirebbe anche di più di una “amicizia”, per quanto preziosa e benvenuta essa sia?

«La spiritualità ebraica mi ha aiutato a collocare più precisamente l’ebreo Yeshua ben Yussef e la sua predicazione del Regno. Sento di appartenere a un ramo dell’ebraismo. Quando il venerdì sera, nelle famiglie ebree si accendono le candele per ricevere Shabbat, condivido la gioia di quel giorno che attende la “discesa della sposa”».

– Secondo lei, che cosa i cristiani potrebbero e dovrebbero imparare dagli ebrei?

«“Davvero ospitale è fino in fondo l’attesa” (Jabès). La donna attende e ospita. Attendere è ospitare la speranza, il germoglio della vita che fiorirà».

A un certo punto della sua vita, lei ha deciso di entrare a far parte della Chiesa valdese. Che cosa l’ha spinta a compiere questo passo?

«È stata la conclusione di un percorso. Cercavo un’istituzione “leggera” che servisse e non soffocasse la “buona notizia”. Una chiesa strutturata in caste sacrali, che requisiscono il Vangelo, l’espressione critica sanzionata come ribellione, la mortificazione della donna, mi disorientavano. Esperienze personali, legate forse al caso, gli incontri al Sae con diversi pastori e con la fede evangelica, mi indussero a “trasformare il caso nel mio destino”. Mi sostiene il versetto scritto sulla Bibbia per la Confermazione: “Nessuno può porre altro fondamento oltre a quello già posto, cioè Cristo Gesù” (I Corinzi 3, 11)».

In base alla sua esperienza di cristiana valdese, che cosa sarebbe da migliorare nella sua nuova comunità?

«Inserirsi in una comunità valdese richiede l’assunzione di quella sofferta storia e la gratitudine per quei coraggiosi evangelizzatori. Ma resta una certa estraneità. Importante favorire l’amicizia per colmare questo scarto, che non diventi di valore».

– Una domanda che può sembrare puerile, ma non lo è: lei è contenta di essere (o cercare di essere) cristiana? Se sì, perché?

«Sento la responsabilità della testimonianza. Spesso il lutto per la morte del Maestro prevale sulla gioia per la presenza del Risorto, che solo vivere la fede in comunità può farci percepire. Condivido con speciale gioia la fede con mia sorella e tante compagne e compagni di strada».

Lei crede che l’unità cristiana sia possibile, o la considera una bella utopia?

«L’unità istituzionale viene boicottata per misere ragioni di potere ed è un peccato “mortale”, che ostacola l’annuncio pieno dell’Evangelo. Ma lo Spirito Santo agisce e la “buona notizia” non viene soffocata».

Foto: con la figlia Loredana a una manifestazione per il XXV Aprile

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