«Tutto si equivale»? No, facciamo attenzione

Dai discorsi pubblici di Albert Camus una serie di indicazioni preziose per noi oggi

«Tutto si equivale». Parole che sembrano scritte oggi, nell’epoca dell’indifferenza ai valori, l’epoca in cui, per dire, c’è chi si azzarda a mettere sullo stesso piano la scienza e le messe in scena negazioniste della pandemia. Albert Camus le scriveva per pronunciarle di fronte a un pubblico, negli anni successivi alla Seconda Guerra mondiale. Parole attuali, come altre che ci vengono da queste pagine: «Ancora oggi, in alcuni giornali, c’è chi si abbandona alla violenza e all’insulto» (1945). Sono testi di conferenze e discorsi*, usciti da poche settimane, una miniera di indicazioni di metodo e una ventata di lucidità per questi tempi così permeati dall’irrazionale.

E dire che Camus in realtà è sempre stato un passionale, pronto a intenerirsi di fronte a un tramonto sul mare della sua Algeria e a rivendicare un’identità mediterranea da contrapporre ai troppo rigidi schematismi della filosofia di impronta idealistica tedesca. Ma è proprio questo amore infinito per l’umanità a fargli osservare le storture in cui si era cacciata tutta una generazione europea, divenuta adulta fra le due guerre, epoca di crisi del pensiero, della politica, dei modi di raccontarsi («La crisi dell’uomo», 1946): una crisi in cui la letteratura era «in rivolta contro la chiarezza, l’intreccio e persino la frase»; la pittura era «contro la forma»; la musica «rifiutava la melodia» e la filosofia «proclamava che non esisteva alcuna verità» (p. 31). Forme, melodie, narrazioni, dopo il massacro della Grande Guerra, sembravano (e forse erano) inadeguate a raccontare e a esprimere quel vissuto.

A quella generazione dunque, sotto i cui piedi si erano sfilati la terra e qualunque radice, toccò misurarsi, così debolmente attrezzata, con gli orrori più razionalmente costruiti e pianificati, quelli del nazismo e dei Gulag. Una generazione che vide riaffacciarsi il nichilismo narrato da Dostoevskij nei Demoni – non a caso Camus, da grande uomo di teatro, di quel grande romanzo russo aveva scritto una riduzione in forma scenica. E da quel nichilismo presero piede fenomeni indotti: si perse di vista l’umanità, cosicché una signora delle pulizie poteva fare tranquillamente il proprio lavoro nelle stanze della Gestapo nella Parigi occupata, dove in altre ore della giornata si torturavano gli oppositori. Con il risultato che, anche a guerra finita, permaneva l’odio: «All’odio dei carnefici ha risposto l’odio delle vittime», un odio – questo l’elemento più inquietante – «in parte inutilizzato». Non solo: nell’Europa del dopoguerra rimase un “ordine delle cose” per cui nel 1949 egli poteva ancora scrivere: «Non molto tempo fa si dovevano giustificare le cattive azioni, oggi sono le azioni buone a dover essere giustificate». Parole valide anche oggi, per esempio quando deve “giustificarsi” chi salva vite umane. Un sentimento che ha fatto sedime, che è lì latente, pronto a ravvivarsi come brace. Un residuato da disinnescare. «Benedite, e non maledite» (Rom. 14, 12), cerchiamo di dire noi credenti nella nostra limitatezza.

Ma la grande, ulteriore difficoltà, è che in un mondo che non riesce a credere in niente, «se non si può affermare né negare alcun valore, allora tutto è permesso e niente ha importanza». Non siamo lontani dall’idea fissa di Ivàn Karamazov, secondo cui, in assenza di Dio, tutto è permesso. Anche queste sono parole per l’oggi. Dovremmo considerare il richiamo (in parte inascoltato, se non osteggiato, anche nell’ambito protestante) che fece Giovanni Jervis negli ultimi suoi libri a non considerare ugualmente valide teorie verificabili empiricamente e teorie basate sull’ideologia: è ben vero, lo diceva proprio Jervis, che nessuna idea umana può essere assoluta, pena i rischi a cui ci rende attenti Camus («La realtà umana si oscura quando vi piomba sopra il cappello dell’assoluto» (G. Jervis, Pensare dritto, pensare storto, 2007); e tuttavia non tutte le teorie, se pure hanno pari diritto a essere espresse liberamente, hanno la stessa dignità. Lo vediamo ogni giorno di fronte al Coronavirus o a chi tenta di ridare valore al fascismo. Quando tutto sembra equivalersi, deve risuonare l’allarme.

Camus non era credente, benché più volte sia stato vicino a farsi coinvolgere dalla Parola evangelica, anche in seguito a incontri con pastori protestanti: in un testo, redatto per il Brooklyn College di New York, auspica che alla «follia della croce» possa affiancarsi una «follia dell’uomo» in grado di fargli superare le visioni ideologiche che a suo tempo portarono l’Europa all’autodistruzione. E in un altro di questi suoi scritti si rivolge più direttamente a una platea di cristiani. È la «Conferenza al convento di Latour-Marbourg» (Parigi), in cui invita i credenti a non smettere mai di denunciare il male. Anche solo provare a ridurne la quantità è una pratica virtuosa, che va nella giusta direzione. Ma d’altra parte, in uno dei testi più brevi, dedicato a Dostoevskij (1955), dice del russo, sua grande passione, che egli «ci palesa solo quello che sappiamo, ma che ci rifiutiamo di riconoscere», che egli «sapeva che la salvezza [della nostra civiltà] non avrebbe potuto estendersi a tutti se avesse dimenticato la sofferenza anche di un individuo soltanto». Dunque, drizziamo le antenne, perché non tutto si equivale.

* A. Camus, Conferenze e discorsi 1937-1958. Milano, Bompiani, 2020, pp. 339, euro 22,00.

 

Foto: Imagens Portal SESCSP
 

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