Stage diaconali, un’opportunità di formazione

L’esperienza di due studenti della Facoltà valdese di Teologia in strutture della Diaconia valdese, l’Uliveto e Casa Itaca, parte del loro percorso di studi

L’estate del 2020 ha visto la terza edizione del progetto di stage diaconali per studenti della Facoltà valdese di Teologia. L’iniziativa, ideata da Diaconia valdese, Commissione Ministeri e Facoltà, spiega Victoria Munsey, vicepresidente della Commissione sinodale per la diaconia (Csd), «punta a offrire agli studenti che hanno completato il primo anno di studi un’esperienza lavorativa di un mese in una struttura o progetto diaconale. Nel 2018 e 2019 uno studente ha lavorato presso il Rifugio Carlo Alberto a Luserna San Giovanni. L’iniziativa prevede la scelta di un mentore che accoglie lo studente, cerca di orientarlo in un ambito nuovo e lo segue durante il percorso. In questi anni, il Responsabile di struttura, Marcello Galetti, ha svolto questo ruolo importante».

Quest’anno la Commissione Ministeri ha scelto due studenti, Enrico Petito di Napoli e Cindy Genre di Pomaretto, nelle valli valdesi: «La Csd – spiega ancora Munsey – ha deciso di mandare Cindy a Firenze per svolgere il suo stage con la Diaconia valdese fiorentina. Il direttore, Davide Donelli, in accordo con la Csd, l’ha destinata al progetto Casa Itaca. La Csd ha pensato di offrire a Enrico un’esperienza all’Uliveto, che ospita, da molti anni, persone con disabilità gravi». 

I due studenti hanno dovuto confrontarsi con una situazione inedita anche a causa dell’emergenza Covid-19, «ma nonostante le complicazioni nel rispettare tutte le norme hanno potuto vivere delle giornate piene di esperienze nuove e arricchenti». E conclude: «La Csd valuta positivamente questa possibilità di offrire ai futuri pastori e pastore un ulteriore pezzo, piccolo ma utile, per la loro formazione». 

Ecco le loro testimonianze.

Enrico: Il primo impatto che ho avuto con gli ospiti dell’Uliveto è stato molto difficile. Avevo già incontrato situazioni analoghe: avevo assistito, come volontario, persone con grandi problemi di disabilità fisica ma sempre in grado di comunicare e con le quali pertanto si stabiliva spesso un rapporto di scambio, verbale ed emotivo, intenso e proficuo per tutti. All’Uliveto invece, per la prima volta, mi sono ritrovato dinanzi a persone impossibilitate a esprimersi nelle modalità che tutti pratichiamo. Ecco il motivo delle mie difficoltà. Qualche giorno dopo il mio arrivo ho conosciuto però le possibilità offerte dalla Comunicazione Aumentativa. Queste tecniche particolari aiutano i disabili gravi a “tradurre”, mediante simboli e disegni, i suoni che molti sono comunque in grado di proferire, così che possano manifestare desideri e piccole scelte senza più “subire” quelle dei loro assistenti. Ho vissuto così da quel momento un’esperienza di svolta. Ho realizzato che quei problemi non creavano solo individui passivi, dipendenti da attenzioni che pensavo totalmente unidirezionali; vi era anche uno spazio per avere dei soggetti partecipativi, con i quali interagire. Avevo quindi commesso un grave errore verso gli ospiti: mi ponevo pregiudizialmente sopra un gradino più alto, pensando che non potessero trasferirmi nulla. Mi è stato invece insegnato che anche loro potevano parlarmi; bastava avere, semplicemente, la pazienza e la volontà di consentirglielo. 

Cindy: Durante il mese di luglio ho partecipato a uno stage in collaborazione con la Diaconia valdese fiorentina, al progetto Itaca. Posso dire, a distanza di un mese, che è stata un’esperienza fortificante a livello umano e relazionale, nonché personale e di crescita interiore. Il mio ruolo consisteva nell’aiutare le educatrici di Casa Itaca, una struttura a bassa soglia che aiuta donne e bambini che si trovano in situazioni particolari e hanno bisogno di sostegno giornaliero. Mi sono trovata a lavorare e creare attività per i bambini e altre centrate sulla comunicazione e la relazione con le mamme. 

L’ascolto e la collaborazione con chi questo lavoro lo fa tutti i giorni per professione e la relazione con bambini e donne mi è servito a sviluppare un’ulteriore capacità nell’affrontare diverse situazioni di relazioni. A parer mio, il lavoro del pastore consiste esattamente nell’amore che si dà e si riceve, nelle mani tese a chi ha bisogno e in quelle afferrate per calore; nell’ascolto e nel confronto, umile e produttivo senza giudizio e, dove trovare tutto ciò se non a contatto con le persone? Questo periodo mi ha insegnato cose che non sapevo: mi ha fatto vivere esperienze che non conoscevo e mi ha resa consapevole del mio percorso verso il pastorato, per le persone e con le persone; ho appreso che cosa vuol dire spendere le proprie energie per gli altri e con gli altri, imparando l’importanza che hanno, chiunque esse siano, per noi e gli altri.

Foto: ambiente dedicato alla terapia Snoezelen (foto: Diaconia valdese)

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