Donne e diritto al lavoro

Il “lockdown” ha costretto molte mamme a restare a casa: i rischi del ritorno al passato

Mai come nel periodo di lockdown le pubblicità televisive, praticamente a reti unificate, hanno trasmesso immagini di famiglie italiane da “mulino bianco”. Madri e padri insieme, sorridenti e felici mentre preparavano torte con figlioletti babychef o mentre giocavano tra stanze e corridoi, probabilmente, viene da pensare, in abitazioni da 300 metri quadrati! Veniva da ringraziare la pandemia per come, d’un sol colpo, fosse stata in grado di eliminare le disparità di genere, di rinsaldare i rapporti intergenerazionali, di riscoprire i valori autentici della vita. Mentre le grandi società di telefonia lanciavano super-offerte su telefonini in grado di collegare chiunque dalla cucina di casa alle più remote zone del sud-est asiatico esaltando la bellezza di conversazioni a distanza fatte di baci e abbracci, grandi sorrisi, espressioni beate e felici, fuori dagli spot martellanti, la realtà imponeva piano piano un’altra narrazione.

Il primo campanello d’allarme è venuto dai centri antiviolenza che nei mesi del “tutti a casa”, registrò un aumento delle richieste d’aiuto da parte delle donne del 74,5%. Poi gli effetti del cosiddetto smartworking che più passava il tempo più si trasformava in un incubo per donne obbligate a farsi carico contemporaneamente di figli alle prese con la didattica a distanza, faccende domestiche, spesa, magari pure dei genitori anziani, cucina e, per le occupate, delle incombenze d’ufficio. Infine, di pochi giorni fa, gli ultimi dati dell’Ispettorato del lavoro che ribadiscono un trend preoccupante e destinato a inasprirsi: a fine 2019 sono state 37.611 le lavoratrici che si sono dimesse contro le 35.963 dell’anno precedente, i papà sono stati 13.947. Gli osservatori, italiani ed europei, prevedono un generale peggioramento della condizione femminile. Una ricerca di economisti delle università di Cambridge, Oxford e Zurigo, svolta tra il 9 e il 14 aprile, ha confermato che anche nel periodo di emergenza Coronavirus, le madri occupate e disoccupate hanno avuto sulle spalle un impegno di assistenza all’infanzia e di cura domestica pari a 6 ore al giorno contro le 4 dei padri.

Nei Paesi, come l’Italia, in cui le discriminazioni sessuali hanno ancora un peso rilevante, in cui la parità effettiva è un obiettivo tutt’altro che realizzato, la destabilizzazione provocata dal Covid-19 funziona da detonatore sociale che fa esplodere vecchie ingiustizie, storture di un sistema che non ha mai posto al centro del suo interesse l’eguaglianza tra le persone, fino in fondo, non nella retorica, ma applicando semplicemente la Costituzione. Save the children, nel suo ultimo rapporto 2020 sulla condizione delle donne in Italia, ha registrato che il 37% delle donne tra i 25 e i 49 anni con un figlio, è inattivo. La loro disoccupazione aumenta all’aumentare del numero di figli fino al 52,5% con 3 o più figli. Se non si gode di una buona rete familiare, se non si è in grado di pagare servizi quali l’asilo nido o la baby-sitter, conciliare lavoro e famiglia rasenta l’impossibile.

Prima della pandemia, il tasso di occupazione femminile in Italia era al 49,5%, il più basso d’Europa. Nulla fa pensare a un’inversione di tendenza, anzi. Sicuramente non aiuta la crisi economica, di cui non si vede via d’uscita. Si consideri, però, come ha rilevato recentemente la Fondazione dei consulenti del lavoro, che solo il 14% delle donne italiane pensa che una donna che lavora a tempo pieno possa essere anche una brava mamma. E i papà? Se si aggiunge che i lavori domestici nel 74% dei casi sono svolti solo dalle donne, si evince che alle leggi occorre aggiungere qualcos’altro: una coscienza nuova. Rimuovere gli ostacoli è il primo passo. Non sono ammissibili colloqui di lavoro dove la presenza o l’aspettativa di figli, sono ostativi all’assunzione. Non è ammissibile che le aziende nell’ultimo anno abbiano accolto soltanto il 21% delle richieste di part-time o di lavoro flessibile. Non è possibile che sussistano le disparità salariali tra uomini e donne.

Se tuttavia immaginiamo che un giorno siano corrette queste storture e che davvero a una legislazione di tutela e promozione della giustizia sociale si accompagnino azioni efficaci di ripensamento, di riorganizzazione della vita pubblica, allora sono proprio i soggetti che oggi rischiano di più l’emarginazione, a dover diventare protagonisti di una possibile svolta. Negli anni Settanta l’emancipazione della donna passava attraverso il lavoro, l’indipendenza economica, oggi sta passando una cultura del non-lavoro che è preoccupante. A farne le spese sono le fasce più deboli. In quel tempo le donne volevano sdoganarsi dall’obbligo della maternità, considerata come parte del loro ineludibile destino. Bene è stato riappropriarsene come scelta consapevole di enorme valore sociale. Ma se in nome del diritto alla maternità le donne ritornano tra le pareti domestiche, ecco che si ricuciono addosso il destino costrittivo da cui le loro madri e nonne volevano liberarsi. Riaccendere il dibattito sul diritto al lavoro quale ineliminabile strumento di emancipazione, di cui è parte e non alternativo il diritto alla maternità, dovrebbe essere la priorità dell’intervento politico.

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