Parigi. Libertà di stampa e diritti negati nel mondo post-pandemico

Per il terzo giovedì consecutivo centinaia di operatori sanitari si sono radunati davanti all'ospedale Robert Debré nel 19° arrondissement per chiedere più risorse. Il racconto del giornalista italiano

Il mondo post-pandemico sarà popolato da neo-autoritarismo e populismo. Lo ha scritto Edgar Morin nel pieno della pandemia e oggi suona come un’oscura premonizione per il mondo che sarà. 

Lo si intuisce soprattutto quando vedi che in una grande città europea come Parigi, con tassi di mortalità vicini a quelli della Lombardia, sono addirittura gli infermieri a scendere in piazza davanti a un ospedale per far rispettare i propri diritti, sempre calpestati quando la situazione comincia a normalizzarsi e l’epidemia sembra allontanarsi, immediatamente tirati fuori dal cassetto e rispolverati quando la situazione si fa critica. 

I salvatori, gli eroi, costretti a manifestare accerchiati da un apparato poliziesco degno delle epoche più buie dei gilets jaunes o delle manifestazioni contro la riforma delle pensioni: se me lo avessero raccontato un mese fa non ci avrei creduto. 

Medici e infermieri sembravano in questi ultimi mesi come rivestiti da un’aura di forza, eroismo, fragilità, umanità. Chi avrebbe mai pensato che per farsi ascoltare avrebbero dovuto infrangere le leggi dell’emergenza sanitaria provocando pericolosi assembramenti? E per di più senza mascherine perché in Francia scarseggiano.

Ed è così che, avvicinandomi alla manifestazione e impossibilitato a proseguire, lascio l’auto a pochi metri di distanza per filmare quanto accadeva. 

In effetti l’apparato poliziesco appariva oltremodo spropositato rispetto al numero di manifestanti e mi sono detto che c’era qualcosa che non quadrava. Avvicinandomi di più e iniziando a filmare sono stato preso in una tenaglia di polizia in tenuta antisommossa che ha cominciato a caricare i manifestanti costringendoli in un angolo morto della strada. 

Ho continuato a filmare noncurante, anche perché ho seguito tante manifestazioni in Francia e sentivo di non aver nulla da temere. Avevo però dimenticato in auto la mia mascherina. 

Inizialmente non ero preoccupato, perché ero a grande distanza da chiunque, il boulevard era vasto e spazioso. 

Intanto il cordone di polizia, minaccioso, ci stringeva sempre di più a colpi di manganello, stritolandoci e azzerando qualunque distanza sociale. Ci siamo ritrovati in brevissimo tempo, una cinquantina di persone, stretti l’un l’altro, con le spalle al muro sotto un sole cocente. 

Ho capito che la situazione era pericolosa – esplosiva – dal punto di vista sanitario, perché pochi indossavano la mascherina. Ho smesso di filmare e ho chiesto di poter uscire perché non c’era abbastanza distanza sociale ed era pericoloso. 

Non mi hanno ascoltato. 

Ero attorniato da infermieri senza mascherine e altri giornalisti. 

Ho tirato fuori la tessera (giornalistica) internazionale e ho spiegato che ero lì per documentare la manifestazione, che avevo finito di filmare e che volevo andarmene. Ne avevo la facoltà ed il diritto. 

Mi hanno detto: «Non c’importa della tua tessera stampa. Tu stai qui e non ti muovi fin quando te lo diciamo noi». 

Il tono perentorio del poliziotto non lasciava margine di manovra. Con me c’erano un giornalista di Rtl e un collega della radio francese, inebetiti da questo diniego eravamo senza parole. 

Perché non ci lasciano uscire e ci tengono stretti l’un l’altro? Vogliono forse provocare un nuovo focolaio? Intanto la gente era sempre più accalcata. Così sono rimasto per un’ora sotto il sole e a zero distanza sociale assieme a una cinquantina di persone, come carcerati, come infermi, come reietti che non possono muoversi.

Senza poter uscire, tornare a casa, senza poter distanziare quelle persone che erano troppe per i metri quadrati che la polizia ci concedeva (voleva liberare la strada per far passare le auto e chissenefrega se noi restavamo schiacciati contro un negozio chiuso). 

Ci siamo seduti a terra, io sono rimasto in piedi per prendere aria, non capivo assolutamente cosa stesse accadendo. Con tutte le manifestazioni che ho seguito, persino in occasione di attentati, non avevo mai vissuto un’esperienza simile. 

In quel contesto, per la prima volta, ho sentito che la mia tessera stampa non valeva nulla, che ogni mia parola era vana, che ogni diritto era stato sospeso, che la stessa libertà di documentare e di informare era stata ciecamente soppressa. Una sorte di punizione collettiva che Foucault avrebbe riconosciuta come distintiva di un’epoca, la nostra, quella post-pandemica, che non promette nulla di buono e che invece sembra presagire un giro di vite senza precedenti sulle nostre libertà.

L’articolo è stato pubblicato sul sito Articolo 21

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