Preghiamo per i nostri fratelli e sorelle in Camerun

Il capo esecutivo dell’Assemblea generale della Chiesa presbiteriana degli Usa, pasotre J. Herbert Nelson, ha lanciato nei giorni scorsi un appello richiamando la difficile situazione nel paese africano

Nei giorni scorsi, il pasotre J. Herbert Nelson, Stated Clerk, portavoce, dell’assemblea generale della Chiesa presbiteriana degli Usa, ha diffuso dal sito Internet della chiesa una lettera in cui esprime solidarietà e preoccupazione per la situazione delle chiese in Camerun. Il suo messaggio segue l’appello della denominazione a porre «fine alla violenza e sostenere il dialogo pacifico in Camerun», diffuso in settembre, che riporta alcuni dati ripresi anche da Nelson. Nel nordovest e sudovest del Paese almeno 200 villaggi sono stati razziati, scuole, ospedali e fattorie distrutte, 2000 persone sono rimaste uccise e più dell’80% delle scuole presbiteriane è rimasto chiuso per il quarto anno consecutivo, con il risultato che più di 700.000 bambini non stanno frequentando la scuola. Si ricorda che prima dell’ottobre 2016 (inizio della cosiddetta “Anglophone crisis”) in queste regioni erano operative 6000 scuole, oggi ne rimangono meno di 100.

«Profondamente turbato dai recenti eventi» nel Paese, il pastore Nelson ha invitato tutti i presbiteriani alla preghiera per la «giustizia, pace e sicurezza per la popolazione del Camerun».

Richiamando le conseguenze del dominio coloniale, che si riflettono in particolare nell’esistenza nel paese di due comunità linguistiche diverse, anglofona (minoritaria) e francofona, derivante dall’unione di due colonie nel 1961, lo Stated Clerk ricorda come le proteste di avvocati e docenti, iniziate nel 2016 e inizialmente pacifiche, che segnalavano con preoccupazione «l’erosione dell’identità anglofona nei settori giudiziario educativo» si siano scontrate con atti di forza e arresti. «In assenza di dialogo, le posizioni si sono irrigidite e la violenza si è intensificata negli ultimi tre anni, con l’appello a creare una nazione indipendente e la formazione di milizie».

Nelson ricorda che, dopo le elezioni presidenziali dell’ottobre 2018 (sulla situazione del Camerun all’inizio del 2018 cfr. per esempio l’articolo qui), gli attacchi armati si sono estesi dalle aree rurali a città come Buea e Bamenda, capoluoghi regionali dell’area anglofona. 

La World Mission e il programma contro la fame della PcUsa sono attive nel fornire aiuti insieme ai loro partner locali (le chiese presbiteriane anglofone e francofone del Camerun, e la Relufa, rete nazionale di venti organizzazioni no profit ed ecumeniche impegnate nella lotta contro la fame e la povertà): secondo i dati dell’Unhcr, circa mezzo milione di persone è migrato nei confini del paese, e 35.000 hanno attraversato il confine della vicina Nigeria, sistemandosi in accampamenti di fortuna, per strada o nelle foreste, o presso amici e parenti. Anche qui le agenzie umanitarie e religiose, anche ecumeniche, lavorano da un lato per disinnescare le tensioni sempre presenti, e per fornire assistenza ai profughi, a partire dalle esigenze primarie (cibo, vestiti, prodotti per l’igiene).

Per loro in particolare J. Herbert Nelson chiede di pregare, per le chiese presbiteriane e i partner ecumenici affinché possano lavorare insieme con «saggezza, compassione e discernimento» per far avanzare «giustizia, pace e riconciliazione», ma anche per i leader politici e per le forze di sicurezza, affinché «mettano da parte interessi personali e pregiudizi per fornire la stessa protezione e opportunità a tutti i cittadini, a prescindere dal loro background».

 

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