30 anni dalla caduta del Muro: il pallino ora all'Europa

Si parlò allora di fine della storia. Non fu così. L'analisi di quel 9 novembre 1989 da parte dell'ex ministro e presidente del Circolo Rosselli Valdo Spini 

Come in molti avvenimenti della storia, il crollo del muro di Berlino (9 novembre 1989), per quanto un evento ormai necessitato dall’evoluzione degli avvenimenti di quegli anni, fu in parte casuale: la dichiarazione di un portavoce, che aveva precisato “subito” alla richiesta di chiarimenti circa il progetto di apertura del muro cui la Ddr si era impegnata, fece accorrere la gente a picconarlo. L’avvenimento assunse dimensioni epocali. Fu il punto più alto del processo che portò alla fine del blocco comunista dell’Europa orientale fino alla dissoluzione nel 1991 dell’Unione delle Repubbliche socialiste sovietiche. 

Spiace che in tante importanti celebrazioni che vi sono state poco spazio sia dedicato al ruolo delle chiese protestanti e della Chiesa luterana in particolare. Buona parte del mondo protestante era rimasto al di là della cortina di ferro nella Germania Orientale e, sia pure in condizioni difficili, aveva saputo testimoniare la propria fede evangelica. Fu sintomatico che a un pastore protestante come Rainer Eppelmann fu affidato il ministero della Difesa e del Disarmo nei governi di transizione che dopo la caduta del muro portarono poi alla riunificazione tedesca.

Le forze socialiste e di sinistra in Europa non erano preparate a un avvenimento così repentino. Al potere nell’Urss c’era Gorbaciov e in generale si pensava di puntare su un’evoluzione del comunismo sovietico in senso più liberale che sul suo crollo. Quindi, sia pure con eccezioni, come i contatti tra socialisti italiani e Solidarnosc polacca, al momento del crollo del sistema sovietico, genuine alternative socialdemocratiche o progressiste non erano state preparate. Semmai furono antichi partiti comunisti che si trasformarono in socialdemocratici in taluni paesi dell’Europa orientale. Invano all’indomani dell’invasione della Cecoslovacchia (1968), Riccardo Lombardi aveva chiesto ai dirigenti del Pci italiano di dare la tessera ai dirigenti del Pc cecoslovacco che venivano espulsi dal Partito. Fu il Psi di allora, segretario Bettino Craxi, a portare in lista e fare eleggere nel 1979 il cecoslovacco Jiri Pelikan al Parlamento europeo. Dopo il crollo del muro ci fu la reazione di Achille Occhetto che si precipitò nel capoluogo emiliano, nella sezione della Bolognina durante un convegno di commemorazione partigiana, il 12 novembre 1989 per annunciare la “svolta” e di fatto il cambio del nome del Pci. Il processo fu peraltro lungo e travagliato: il Pci fu sciolto e nacque il Pds solo al Congresso di Rimini nel 1991. 

Il blocco sovietico cadde per motivi endogeni collegati al fallimento economico e sociale del sistema. Dopo la Conferenza sulla Sicurezza e la Cooperazione in Europa di Helsinki, la distensione aveva fatto passi in avanti. Sulla questione degli euromissili si era arrivati veramente all’“opzione zero”, cioè alla loro eliminazione da una parte e dall’altra dell’Europa. Il problema è che il sistema non reggeva più. Me ne resi conto anche personalmente quando mi recai a Mosca a un bellissimo convegno sull’ambiente credendo di trovare un Gorbaciov molto popolare, e invece, da quel po’ di contatti che mi riuscì di stabilire, dovetti constare la sua assoluta impopolarità proprio per le difficoltà di vita concrete della popolazione.

Il famoso politologo Francis Fukuyama parlò allora di “fine della storia”. Non era così e non fu così. L’11 settembre 2001, l’attentato alle Torri gemelle rivelò la presenza a livello mondiale di una forza, l’estremismo islamico, che in vario modo doveva provocare aspri conflitti nel mediterraneo ed attentati terroristici in Europa, soprattutto in Francia. Nei paesi sviluppati, a causa di una globalizzazione di cui non si erano calcolati gli effetti, invece che un confronto e una dialettica (per sintetizzare) tra liberal-liberisti da un lato e liberal-socialisti dall’altro, si affermava successivamente un terzo protagonista, il polo sovranista o populista che conquistava molto spazio negli Usa e in vari paesi europei.

Ci sarebbe stato bisogno in una situazione mondiale siffatta di un’Europa protagonista politico, ma il nostro continente veniva colpito dalla crisi economica e finanziaria del 2007-2008 e percorso da fenomeni centrifughi come quelli della Brexit.

 Ma oggi il pallino torna forzatamente all’ Europa. La filosofia dell’Unione europea è stata l’integrazione non il nazionalismo. Ed è con questa filosofia che, con un rinnovato sforzo politico, si possono affrontare i problemi dell’oggi. Ne sarà capace l’Unione europea uscita tutto sommato abbastanza bene dalle ultime elezioni del Parlamento europeo? Lo vedremo ben presto. Hic Rhodus hic salta!

Interesse geografico: