Dio, mio liberatore

Un giorno una parola – commento a II Samuele 22, 2

Il Signore è la mia rocca, la mia fortezza, il mio liberatore
II Samuele 22, 2

Egli ci ha liberati, e abbiamo la speranza che ci libererà ancora
II Corinzi 1, 10

Il versetto tratto dall’Antico Testamento, che il Lezionario Un giorno una parola ci propone oggi, si trova all’inizio di un lungo cantico pronunciato dal re Davide ed esprime un meraviglioso atto di fede e un’espressione della gioia liberante alla scoperta di essere figli di Dio: «Yhwh, mia rocca, mia forza e colui che mi libera!».

Nella sua semplicità grammaticale la lingua ebraica, non utilizzando il verbo essere, rende il testo ancora più espressivo. Al nome di Yhwh è legato quello che viene detto dopo: Dio-mia rocca, Dio-mia fortezza, Dio-colui che mi libera, tanto da trasformare quel nome impronunciabile in una Parola che dice tutto dell’Eterno.

Quando oggi parliamo di rocca e di fortezza, ci vengono subito alla mente sinistre immagini di prigioni antiche, di luoghi oscuri. Quello che traduciamo con “fortezza” ha in ebraico addirittura il significato di “rete”, “trappola”. E questo ci porterebbe a pensare che Dio venga visto da Davide come colui che costringe, che imprigiona, se non fosse per l’ultimo verbo dove invece il nome di Dio è invocato come quello di “colui che mi libera”. La rocca e la fortezza allora sono luoghi di riparo, l’abbraccio stesso del Signore.

Con questa certezza possiamo cantare con le antiche parole dell’inno: “Chi nella rocca del Signor, pone la sua dimora, con sì potente Difensor vive sicuro ognora. In te Signor vo’ confidare: Tu sei la mia fortezza e fonte d’allegrezza”. Amen!

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