La diaspora interroga le chiese contemporanee

Ricco e complesso dibattito alla Giornata «Giovanni Miegge»

La Fondazione Centro culturale valdese e la segreteria del Corpo pastorale hanno organizzato  la Giornata teologica “Giovanni Miegge», che si è tenuta venerdì 22 agosto nell'Aula sinodale di Torre Pellice sul tema “Essere chiese di diaspora in un cristianesimo che cambia. Quali sfide?”. Davide Rosso, direttore del Centro, ha brevemente illustrato il perché di questo tema: «La “Giornata” prende le mosse dal documento teologico sulla diaspora – presentato e discusso all'Assemblea della Comunione di chiese protestanti in Europa, Ccpe, Basilea, 2018) a cui la Chiesa valdese ha dato il suo contributo. La Giornata si chiuderà al nuovo Museo storico valdese con una visita guidata perché leggendo il documento stesso le parole chiave che emergono sono diaspora, identità, minoranza, relazione, teologia pubblica. Queste parole sono anche quelle che ci hanno guidato nell’allestimento del nuovo museo».

Il primo intervento è stato preceduto dal saluto del pastore Pawel Gajewski, moderatore della giornata di studio e membro del Consiglio della Ccpe, ed è stato curato da Luca Diotallevi (Università Roma3) su «Il rapporto tra il fenomeno della diaspora cristiana e il cristianesimo post-confessionale». Un argomento complesso che ha fornito molti spunti per proseguire la riflessione. «Siamo in un momento di cambiamento epocale – ha detto – in cui le religioni confessionali trovano difficoltà a superare il momento di crisi perché non ci sono più gli abituali punti di riferimento». La chiesa valdese rappresenta un qualcosa di diverso e interessante, in virtù di una storia particolare. Con i valdesi sopravvive una stagione molto particolare di esperienze religiose cristiane nata come “eresia” che si sviluppò in un periodo di enorme accelerazione della modernizzazione, in contesti urbani delle aree geografiche più dinamiche dell’Europa. Ma anche i valdesi devono fare i conti con una delle premesse fatte dall'oratore: che tutte le chiese vivono la strana condizione di «simultaneità della crisi della religione di forma confessionale e di un vero e proprio religious booming». La domanda di “religioso”, insomma, non si accorda facilmente con ciò che le chiese sono state fin qui in grado di offrire.

A chiudere la prima parte di giornata è stata Sabina Baral (delegata all’Assemblea di Basilea), che ha parlato su «Teologia della diaspora. Riflessioni a partire dal documento di studio della Comunione di chiese protestanti in Europa». «Sappiamo – ha detto – che le chiese hanno la tendenza a vedere la diaspora come una mancanza, un fallimento; al contrario il documento vuole mettere l’accento sul concetto di diaspora come ricchezza, sottolineando l’enorme rete di relazioni che le chiese cristiane in situazione di minoranza hanno. Ciascuna chiesa, ci ricorda il documento, dipende, nella sua esistenza, dalla grazia di Dio. Oggi si tende a vivere la diaspora come una minaccia che ci obbliga all’irrilevanza. Da qui un attivismo frenetico che mette in ombra il ruolo dei singoli credenti». E ancora: «Come chiese avremmo bisogno di decentrarci. Noi spesso ci domandiamo ossessivamente chi sono i poveri, i bisognosi, quelli da aiutare, finendo col decidere noi il bisogno del nostro prossimo. Una chiesa che sa decentrarsi è una chiesa in uscita, che lascia Cristo al centro e annuncia il Vangelo a tutti, senza paure. Ma per fare questo dobbiamo tornare a interrogarci su chi è Gesù Cristo per noi. Insomma, non limitiamoci alla mera sociologia ma lasciamo posto anche alla teologia e ancor più a una buona dose di preghiera quotidiana e di meditazione biblica».

Nel pomeriggio Daniele Garrone (Facoltà valdese di Teologia) ha affrontato il documento, molto teorico e ambizioso, che si ripropone due scopi: mettere in relazione l'uso ecclesiastico, protestante del termine diaspora con il recente uso, in altri ambiti delle scienze umane, dello stesso termine. Si tratta di farlo uscire dal ristretto ambito ecclesiastico per farlo interagire con altre discipline; e poi di riflettere teologicamente sulla diaspora e fare di questa riflessione il fulcro di un ripensamento protestante nel mondo secolarizzato e plurale di oggi. Intorno a questo documento, proprio la Facoltà valdese aveva lavorato, nello specifico con gruppo di studenti.

Perché dare oggi al concetto di diaspora questa centralità? Si tratta di riflettere sulla nostra identità, missione, vocazione. Il termine è da questo punto di vista un'invenzione del protestantesimo tedesco – ha detto Garrone –, che nella prima metà del XIX sec., partendo dalle posizioni di forza maggiormente strutturate, intendeva venire in soccorso dei propri fratelli e sorelle all'estero o nei Ländera maggioranza cattolica. Ma ora anche questa idea è in crisi e lo stesso protestantesimo tedesco ha cominciato a ragionare di se stesso in termini di minoranza: per esempio in seguito all'unificazione con la ex-Ddr. Il termine tuttavia è di origine antichissima e rappresenta concetti rilevanti nella storia dell'ebraismo, ed è emblematizzata in epoche diverse, fino alla storia di Giuseppe e i suoi fratelli, vera e propria “apologia della diaspora”.

Il dibattito successivo ha visto alternarsi osservazioni su vari concetti intersecati a quello di diaspora e di teologia pubblica, che era stato altrettanto suggerito dal documento della Ccpe: identità, ricerca della visibilità (e suoi eccessi); interpretazioni diverse relativamente alla fine della modernità, frammentazione e diversificazione, polverizzazione della società e delle appartenenze (ma polverizzazione, appunto ha a che fare con “diaspora”), ma il discorso non può che continuare.

I testi delle relazioni saranno pubblicati nell'apposita sezione del sito della Fondazione, dedicata alla «Giornata Miegge».

 

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