Ricevere la parola di Dio

Un giorno una parola – commento a I Tessalonicesi 1, 6

La mia vita è sempre in pericolo, ma io non dimentico la tua legge
Salmi 119, 109

Voi siete divenuti imitatori nostri e del Signore, avendo ricevuto la parola in mezzo a molte sofferenze, con la gioia che dà lo Spirito Santo
I Tessalonicesi 1, 6

Come riceviamo la parola di Dio? Essa ci giunge sempre per bocca umana, con potenza e nello Spirito Santo, con convinzione. Se l’Evangelo va oltre le parole, anche la sua ricezione deve assumere molte forme; i Tessalonicesi l’hanno accolto per imitazione degli evangelisti e del Signore, non come offerta intellettuale, optional religioso o spirituale, ma come gioiosa parola di Dio operante persino in mezzo a molte sofferenze. Gli apostoli non proclamano in modo distaccato: invitano ad una risposta che comporta non solo consenso, ma azione, comunicazione che comporta lo scambio di reciproche vulnerabilità. Sia che annunciamo, sia che riceviamo l’annuncio, siamo insieme destinatari della parola dinamica che fa vivere; la riceviamo come Torà – istruzione – attraverso cui il Signore si relaziona con noi e noi con lui: qui si trovano i suoi prodigi, le sue esortazioni e consolazioni: amiamo e bramiamo i suoi comandamenti, speriamo nelle sue ordinanze; per questo, è la parola di Dio e non la comunità ad esigere l’obbedienza della fede. Essendo viva, la parola interagisce con noi; non ammette devozione che assuma la forma di legalismo o pietà che assuma la forma di fideismo: essa viene data, ma mai posseduta: non si identifica con la sua trascrizione su codici, ma è ricevuta dall’udito, toccata e gustata, per essere motivo di gioia anche dove la nostra vita è in pericolo: “Io ho l’anima mia del continuo in palma di mano; e pur non ho dimenticata la tua Legge” (vecchia versione Diodati). Questa parola ci chiama costantemente e controcorrente, a convertirci dagli idoli e dalle parole morte al Dio vivente e vero che parla ed ha parlato nel Figlio. Proprio Gesù ci libera dall’ira imminente.

 

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