Sola paura

Quando a far paura sono la propaganda giornalistica e quella politica

«In Italia non c’è posto. La Libia si tenga i neri. Porti chiusi ai migranti». Le frasi che oggi echeggiano nelle rassegne stampa del nostro Paese non sono strillate da un nostalgico fascista o da un razzista intento a cavalcare il malessere sociale, sono parole (a nostro avviso inaccettabili) che rimarranno indelebilmente scolpite nella storia e nella memoria italiana alla soglia del 2020, perché come recita un vecchio detto: «scripta manent».

Le invettive citate in apertura sono «niente popò di meno» (per citare il «principe» Antonio De Curtis che di italiani se ne intendeva) che il titolo di un giornale uscito oggi, il quotidiano Libero. Una vergogna che va contro la deontologia professionale motivata dal giornale diretto da Vittorio Feltri dal fatto che, «secondo L’Onu, la guerra a Tripoli ha già creato 16 mila profughi. Dal Pd al M5S c’è voglia di accoglienza», sostiene il giornale, ribadendo un concetto ormai noto ad una certa parte politica: «no grazie, abbiamo già dato».

«Quel manifesto politico oggi fa un salto carpiato – è il commento di Valerio Cataldi, presidente dell’associazione Carta di Roma che vede tra i fondatori e nel direttivo la Federazione delle chiese evangeliche in Italia (Fcei)–. Dopo averci detto per anni che la Libia era un porto sicuro – prosegue Cataldi – in cui riportare le persone in fuga nel Mediterraneo, oggi si scopre che c’è la guerra. Una guerra che costringe le persone a scappare. Libero citando l’Onu dice che la guerra in Libia ha fatto 16 mila profughi, ma aggiunge, con un plurale che pretende di rappresentare tutti noi, che “non li vogliamo”. Ci propina la logica bugiarda dell’“abbiamo già dato”, quella che non vuole fare i conti; quella che parla dell’invasione, che finge di non accorgersi che gli arrivi degli ultimi 5 anni non riempirebbero neanche piazza San Giovanni a Roma».

Cataldi, dunque, commenta la logica propagandistica che questi ultimi anni governi e giornali hanno spesso fomentato, quella della paura, dell’arrivo di moltitudini di rifugiati e di richiedenti asilo: dati ormai e inconfutabilmente infondati, come ricordata e confermata anche il governo italiano. Un fenomeno che nella visione politica attuale della Lega sarebbe contrastabile attraverso la chiusura dei porti, minaccia sbandierata ma non reale.

La propaganda politica da tempo ormai utilizza la leva della paura, paura della delinquenza, contrastabile attraverso la difesa personale; della povertà e del degrado attraverso l’abbattimento visibile del degrado e lo spostamento di persone indesiderate, come ha evidenziato il recente caso di Torre Maura.

Dunque, il nostro, è un Paese che starebbe subendo minacce continue. Una situazione che è stata definita «la “normalizzazione dell’insicurezza” – così la chiama il sociologo Ilvo Diamanti – e che non costituisce solo né forse principalmente un sintomo rassicurante. Conseguente alla capacità di dare risposte ai problemi e alle cause che la originano – prosegue Diamanti nel Rapporto Demos La banalità della paura uscito lo scorso febbraio –  e che  potrebbe rispecchiare, almeno in qualche misura, anche un processo di segno contrario. L’abitudine all’insicurezza come “dato”».

Anche il Dossier statistico Immigrazione Idos-Confronti 2018 ha evidenziato qualche mese fa come non sia in atto nessuna «invasione» di stranieri, anche perché il numero degli stranieri che vivono in Italia è pressoché stabile: intorno ai 5 milioni, sin dal 2013. Alla fine del 2017 gli stranieri residenti in Italia erano 5.144.000.

Dunque, oggi Libero ha rivelato ancora una volta, «la sua natura di megafono propagandistico di quella politica che, giorno dopo giorno – prosegue Cataldi –, attacca la Costituzione antirazzista e antifascista. E lo fa, non a caso, alla vigilia del 25 aprile, la festa della Liberazione dal nazifascismo».

Cos’ha a che fare questo modo di divulgare notizie con il giornalismo? Cos’ha a che fare con il principio cardine del mestiere di giornalista, ossia la ricerca della verità sostanziale dei fatti si chiede ancora Cataldi: «Fino a oggi la macchina della paura innescava la miccia a ridosso dell’estate e annunciava l’arrivo imminente di “migliaia di profughi” pronti a partire dalle coste della Libia e dava il via alla conta quotidiana degli arrivi; lo stillicidio di sbarchi capace di provocare ansia e paura. Oggi, che comanda la politica dei “porti chiusi”, si fa esattamente lo stesso annunciando l’arrivo, l’invasione, di 16 mila disperati. Nei fatti – prosegue il presidente di Carta di Roma –, l’invasione non ci sarà, come non c’è mai stata. L’invasione è sempre stata uno stato d’animo indotto dai messaggi distorti della politica che, di fatto, non ha mai voluto gestire l’accoglienza, con una distribuzione razionale delle presenze, l’investimento nella scolarizzazione, nella formazione di forza lavoro che tra l’altro è necessaria. Il modello del Nord Europa del welfare capace di ragionare egoisticamente pensando al proprio vantaggio, ovvero rendere produttivi i migranti, i rifugiati ed i richiedenti asilo non è stato imitato. La logica è sempre stata quella dell’emergenza. Si lanciava l’allarme per gli arrivi e nessuno si preoccupava di usare i soldi degli italiani e degli europei per gestire razionalmente un fenomeno strutturale».

La paura, conclude Cataldi «è il solo prodotto a denominazione di origine controllata (Doc) di questo paese sul tema migrazioni. È un progetto politico molto preciso che ha bisogno dei suoi manifesti, delle sue veline. Ha bisogno della sua propaganda, prodotta e diffusa dagli spaventatori che con il giornalismo non hanno nulla a che fare. Che non dovrebbero trovare spazio e legittimazione nell’Ordine dei giornalisti e negli istituti che rappresentano il mestiere di giornalista».

Già, perché «Invasione» è una parola che serve a rafforzare la decisione di fermare l’immigrazione chiudendo i porti, una parola che con la realtà ha poco a che fare.

E sono i numeri a dirlo, lo si può leggere bene nel Rapporto Notizie di chiusura prodotto dall’Associazione Carta di Roma : dall’inizio dell’anno gli arrivi sono diminuiti dell’80 per cento rispetto all’anno precedente .

Ma un altro Rapporto, quello elaborato dall’Osservatorio di Pavia informa su un dato importante: ossia che «di fronte al drastico calo di arrivi, non diminuisce il numero dei titoli giornalistici propagandistici».

L’informazione, dunque, resta centrata sul tema con lo stesso tono ansiogeno da emergenza permanente, che riproduce ormai da anni. Il paradosso è che l’ossequio alla propaganda non si ferma e inventa titoli surreali come: «Gli sbarchi non danno tregua ma quest’anno sono l’80 per cento in meno». La contraddizione è evidente, ma sembra più importante l’adesione incondizionata al linguaggio della politica.

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