La Parola del Signore

Un giorno una parola – commento a Ezechiele 37, 11s.

Ecco, essi dicono: «Le nostre ossa sono secche, la nostra speranza è svanita, noi siamo perduti!». Perciò profetizza e di’ loro: Così parla il Signore, Dio: «Ecco, io aprirò le vostre tombe, vi tirerò fuori dalle vostre tombe, o popolo mio».
Ezechiele 37, 11s.

Gesù dice: «L’ora viene, anzi è già venuta, che i morti udranno la voce del Figlio di Dio; e quelli che l’avranno udita, vivranno»
Giovanni 5, 25

Quando le ossa sono secche, quando la tomba è chiusa, ogni speranza è svanita. Non si può più fare nulla. Questo va detto, va accettato. Infatti, essi lo dicono. Ciò vale anche per credenti cristiani che credono nella risurrezione: va accettato che la morte è la fine, va detto che siamo perduti. Per risorgere bisogna che moriamo. Perché vengano aperte le nostre tombe bisogna che prima siano chiuse. In un certo senso, soltanto a colui che non crede nei miracoli può accadere un miracolo. La nostra fede non è il presupposto né del miracolo, né della risurrezione. La nostra speranza, appunto, è svanita.

Profetizzare non è un nostro parlare, ma un «così parla il Signore, Dio». Certo, per bocca nostra, anche la profezia rimane sempre una parola nostra, ma una parola che ha ascoltato quella di Dio. Mentre noi pronunciamo spesso parole che parlano, la parola di Dio, la profezia, è sempre una parola che ascolta. Una parola che ci parla perché ci ritroviamo in essa. Infatti, prima di parlarci, quella Parola ci ha ascoltati. Prima di comprenderla, siamo da essa compresi. La nostra predicazione è ascolto o non è. E nella misura in cui è ascolto, essa è profetica: apre ciò che è chiuso; salva ciò che è perduto. Perché non è la nostra, ma la parola di Dio che ha ascoltato il grido dei perduti.

Proviamo a pronunciare parole che ascoltano, il grido delle speranze svanite e la parola del Creatore.

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