Preghiera e testimonianza

Aperto a Roma il nuovo anno accademico della Facoltà valdese di Teologia

Sabato 6 ottobre si è aperto il 163° anno accademico della Facoltà valdese di Teologia con la tradizionale prolusione tenuta dal docente di Teologia pratica, Enrico Benedetto, dal titolo «Rivolgersi a Dio. La preghiera evangelica dal Padre Nostro di Lutero all’evento pentecostale: cinque secoli tra fervore e disincanto». Il prof. Benedetto, per dare una panoramica della storia eucologica, parte dalla Riforma e attraversando cinque secoli giunge all’evento pentecostale.

Nell’opera Ad un buon amico, sul modo semplice di pregare, attraverso la teologia, Lutero, fa comparire la propria e personale soggettività, dando segno di esemplarità e relazionalità: è la naturalezza che prende la parola, come se il riformatore tedesco parlasse con franchezza a ognuno di noi come al coiffeur di fiducia.

Il nocciolo della preghiera risiede nell’urgenza e nella sua importanza: nel momento in cui tale dittico viene capovolto, non si impara a parlare alla propria ansia operativa, alle difficoltà. Specificatamente, la difficoltà nel trovare il tempo, il modo e persino il coraggio di pregare accomuna cristiani residuali, convertiti, persone secolarizzate e post-cristiane. Per parafrasare Emil Cioran: «Non si è mai parlato tanto di preghiera, da quando non si prega più». Forse che l’essere umano inizia a provare nostalgia rispetto a un passato che non esiste più? Di certo non si tratta di una nostalgia sacramentale, né tantomeno di predicazione; piuttosto si sente la nostalgia di formazione e di preghiera. Dire «non ho tempo» significa semplicemente avere paura, una paura forte che allontana dal trovarsi coram Deo nella pratica eucologica. Citando ancora Cioran, l’essere umano tende a dire: «Sono finito. Sono ai bordi della preghiera», intendendo finito come essere stremato, oppure come presa di coscienza della propria finitudine esistenziale e creaturale. Essere sul bordo è indice di paura e di grazia: al limite, si prende coscienza del proprio essere precario. La preghiera, allora, può essere vista come doppio movimento: una mancanza che conduce al rivolgersi a Dio. Il fine e la fine della preghiera si uniscono nel confine: per dirla con Karl Barth, la preghiera è il punto di intersezione in cui il piano di Dio e il piano dell’essere umano si toccano, pur nella loro qualitativa alterità. L’essere umano è dunque un borderline della preghiera e quest’ultima una «esperienza al limite».

Nel mondo evangelico l’esteriorizzazione e l’espressività della preghiera hanno generato sospetti tali da anchilosare la pratica eucologica, preferendo l’interiorizzare e l’introiettare, in modo che dall’orante non esca fuori nulla se non in termini di comportamento. A tal proposito, la responsabilità rivestita dalla preghiera codificata, come quella espressa dal canto, ha de-responsabilizzato il credente «dal mendicare, dallo scoprire l’incapacità e persino dal soffrire» nel non riuscire a pregare. Ne è nato un disincanto che tutt’ora ostacola il ritrovamento della «retta via» o meglio, la ricerca di nuovi modi eucologici che non necessariamente debbano inserirsi sull’onda lunga del pentecostalismo, bensì che siano autenticamente «nostri». Nella storia eucologica e musicale, il canto è stato una vera «mnemotecnica catechetica», mentre nelle comunità pentecostali, il canto ripetitivo in un continuo crescendo, è percepito come manifestazione della potenza divina per opera dello Spirito santo. Non una pratica liturgica, dunque, ma una performance che trova fondamento nel fenomeno della glossolalia, evento di potenza per mozione dello Spirito e di innovazione, attraverso la quale persino chi non si sente in grado di proferire parola nell’assemblea o non ne ha autorità, si lascia andare a sospiri e linguaggi sconosciuti alle orecchie dei sapienti, certo dell’ascolto da parte di Dio, come fece Iavez in 1 Cronache 4, 9-10, il quale si lasciò andare in una "preghiera sospesa" che Dio, infine, esaudirà.

Domenica 7 ottobre si è tenuto nel tempio valdese di piazza Cavour a Roma il culto di inaugurazione del nuovo Anno accademico, presieduto dal past. Marco Fornerone. La comunità ha generosamente ospitato i professori, gli studenti e tutti coloro che collaborano al buon funzionamento della Facoltà. La predicazione, che verteva su due versetti della I Lettera di Paolo a Timoteo (4, 4-5), non ha mancato di sottolineare una tensione insita nel cristianesimo sin dalle origini: quella a voler evitare il «mondo», a separarsi da ciò che è impuro in favore di una presunta santità posseduta soltanto da chi fosse in grado di avvicinarsi asceticamente alla pura sfera dello Spirito; una tensione gravida di conseguenze negative, esclusiviste e certamente opposte alla buona notizia di un Dio che si fa prossimo agli uomini di sua spontanea iniziativa, un Dio di Grazia, per l’appunto. Certo anche oggi il rischio concreto di uno gnosticismo strisciante ci pone interrogativi seri sulla nostra vocazione di donne e uomini, di persone chiamate da Dio a testimoniare l’Evangelo proprio nel «mondo», e non fuori di esso. Il past. Fornerone non ha mancato di sottolineare l’importanza del fatto che proprio chi studia teologia, e in particolare gli studenti più giovani, non dimentichino il linguaggio generazionale del tempo in cui si è chiamati a vivere e testimoniare la sequela di Cristo. Rinunciare alla comunicazione e al dialogo con e dentro il mondo, rifugiarsi in un’accademica torre d’avorio, non sarebbe quindi soltanto un dettaglio insignificante, ma significherebbe abdicare alla principale chiamata di un Dio che costruisce la sua chiesa con i mezzi fragili di una Parola antica, che deve risuonare attraverso le nostre personali e attuali esperienze e fragilità, mettendo sempre al centro la sua gloria.

In questo senso, anche il saluto conclusivo del decano, prof. Ferrario, ha segnato un passo importante all’interno della mattinata di culto. L’invito, niente affatto banale, rivolto a tutte e tutti, è quello di pregare per coloro che sono chiamati allo studio e alla ricerca teologica, perché le chiese tutte ne traggano giovamento e il Signore non cessi di inviarci come operai nella sua vigna.

 

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