Una critica della religione in una prospettiva mistica

Il vescovo Spong cerca la vita eterna in un io che si dilata fino all’eterno essere

John Shelby Spong è un vescovo, ora emerito, della Chiesa episcopale degli Stati Uniti, nato nel North Carolina nel 1931. Discepolo di Paul Tillich, ha scritto molti libri sui problemi posti oggi alla fede dalla visione scientifica, sempre con l’intento di essere capito dai lettori colti, anche se non teologi. Vita eterna è, per ora, il suo penultimo libro, pubblicato nel 2009. L’ultimo è un commento al Vangelo di Giovanni, in cui egli trova una chiave per una nuova comprensione di Gesù e di Dio.

Una nuova comprensione è quella che egli ritiene ormai indispensabile, perché la religione, anche la cristiana, non offre più risposte attendibili: «Il cuore non può adorare ciò che la mente rifiuta» (p. 150).

Spong fa suoi tutti gli argomenti della critica alla religione. Non se la prende con le varie religioni, ma con una sola: la sua. Il libro è anche un’autobiografia spirituale; principale oggetto di osservazione è lui, Spong. Cresciuto in una Chiesa evangelica, dove predomina una spiritualità tinta di moralismo, si trova confrontato con la morte; di parenti stretti, di coetanei e infine del padre. La morte suscita domande, ma le risposte che riceve sono sempre meno soddisfacenti. A dodici anni scopre la Chiesa episcopale, con la sua liturgia e i suoi canti. Vi viene confermato, si tuffa nella lettura della Bibbia che sua madre gli ha regalato, ma la lettura non risolve i problemi, anzi li aumenta: «È difficile essere letteralisti biblici se effettivamente si legge la Bibbia» (p. 89). Diventa membro del coro, si impegna nella comunità. La fiducia nella Bibbia è sostituita dalla fiducia nella chiesa: «La mia Bibbia inerrante era stata rimpiazzata da una Chiesa inerrante» (p. 93). Studia teologia, si dedica al pastorato, diventa vescovo. Ma la sua posizione di credente diventa sempre meno sicura. I dogmi e i rituali religiosi della sua Chiesa gli sembrano fondati su presupposti inaccettabili; si rende conto che è possibile praticarli solo a costo di una finzione: «Aiutarci a fingere è sempre stata una delle principali funzioni della religione» (p. 216). Bisogna uscire dalla religione per capirne i meccanismi ingannatori.

Dove sta l’inganno principale? Nella concezione di Dio. Il Dio della religione è esterno a noi, sta in alto, giudica e decide: «Tutto inizia quando Dio viene definito come “altro” e gli vengono conferiti tutti gli attributi che crediamo di non possedere. Solo allora noi cerchiamo gli strumenti per sollecitare e manipolare quel potere» (p. 130). La preghiera non è altro che «un atto di adulazione con cui speriamo di richiamare l’attenzione di Dio» (p. 131). L’autore mette in dubbio che il Padre nostro sia stato insegnato da Gesù.

In un capitolo riassuntivo, Spong descrive il suo percorso con tre verbi: nascondersi, pensare, essere. Nella sua prima fase, si è nascosto all’ombra della religione, rifugiandosi nelle sue certezze. Poi ha cominciato a pensare, cioè a demolire, mentre le sue conoscenze divenivano sempre più vaste. Ma il superamento della religione per lui non significa ateismo. A costo di perdere ogni sicurezza (la religione per lui è una creazione umana che viene elaborata in seguito all’emergere dell’autocoscienza, alla consapevolezza della morte, e al conseguente bisogno di sicurezza), vuol fare a meno di un Dio che dall’alto interviene per risolvere ogni cosa. Ma non vuole fare a meno di Dio; solo lo trova in un’altra direzione: non più all’esterno, bensì all’interno: «La svolta dalla divinità sopra di noi a quella dentro di noi implica un enorme cambiamento» (p. 173). Per chiarire il suo pensiero, Spong si rivolge da un lato ai mistici come Meister Eckhart, dall’altro al suo maestro Tillich con le sue famose formule: Dio come «fondamento dell’essere», la fede come «coraggio di essere».

Di questa identità con Dio e di questo ampliamento della vita, Gesù ci dà l’esempio: «Gesù era un essere umano così integro, così libero e così amorevole che ha trasceso tutti i limiti umani, e questa trascendenza ci ha aiutato a capire e addirittura a dichiarare di avere incontrato Dio in lui» (p. 237). Al di là di tutte le varianti delle testimonianze bibliche, il senso della risurrezione, e quindi anche della vita eterna per noi, è questo: «Ogni limite umano, compreso il limite della morte, sfumava di fronte a Gesù. In questo modo egli mi ha aperto una porta per entrare nell’ultima arena e per superare l’ultimo confine. Posso vedere in lui ciò che io posso essere: una vita che è una sola cosa con Dio, una sola cosa con me stesso e parte dell’eternità. Questa è la mia splendida conclusione» (ivi).

Una conclusione che suscita perplessità, perché nella Bibbia il rapporto con Dio dona libertà ed è fonte di responsabilità, non di adulazione; nelle relazioni umane non crea esseri remissivi, ma, al contrario, ha sempre dato capacità di resistenza di fronte ai potenti.

Credere in un Dio che dall’esterno fabbrica noi e i nostri destini è l’atteggiamento non condivisibile della religione teistica. Nel criticarlo Spong ha ragione. Ma la sua ricerca della «divinità dentro di noi» finisce nell’esaltazione dell’umano. Questa fusione, che esclude l’incontro e il rapporto, può affascinare, ma non convince. Per un accrescimento della vita ci basta l’arte; è sempre bastata. Per una fede coraggiosa e creativa non possiamo attingere da noi, dobbiamo ricevere dal fondamento a cui apparteniamo ma che non ci appartiene, dalla fonte che nel donarsi crea la pienezza della vita.

* J. S. Spong, Vita eterna. Verona, Il Segno dei Gabrielli, 2017, pp. 272, euro 19,00.

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