Nucleare iraniano, gli Stati Uniti fuori dall’accordo

La decisione del presidente Trump porta con sé incertezza e timori che potrebbero penalizzare anche chi oggi apprezza la scelta

Il presidente statunitense Trump ha annunciato nella serata di martedì 8 maggio la scelta di uscire dall’accordo sul nucleare iraniano sottoscritto nel 2015. Con questa decisione, gli Stati Uniti tornano a imporre sin da subito le sanzioni che erano state votate dal Congresso nel 2012 e che erano state sospese con la firma del Jcpoa nel luglio del 2015, mentre Trump mantiene una delle sue promesse elettorali e accontenta il suo principale alleato mediorientale, Israele. «L’accordo – ha dichiarato Trump – serve solo alla sopravvivenza del regime, a cui permette ancora di arricchire uranio». «Gli Stati Uniti – ha poi aggiunto – non saranno ostaggio del ricatto nucleare dell’Iran».

Ma che cosa succederà all’Iran? Il presidente Hassan Rohani, protagonista delle trattative del 2015 insieme al ministro degli Esteri Mohammad Javad Zarif, ha affermato che Teheran intende rimanere nell’accordo, che ha ridotto fortemente le ambizioni nucleari iraniane per almeno un decennio e che in cambio aveva portato a una netta riduzione delle sanzioni che stavano soffocando l’economia del Paese. Proprio per questo, è molto probabile che nel giro di pochi giorni la diplomazia iraniana cominci a consultarsi con gli altri Paesi firmatari (Francia, Germania, Regno Unito, Russia e Cina) per ottenere garanzia sul mantenimento dei benefici concordati al momento dell’accordo. In caso negativo, il regime iraniano non ha escluso la possibilità di tornare ad arricchire uranio oltre i limiti concordati.

Compatti nella contrarietà all’uscita dall’intesa sono invece Francia, Germania e Regno Unito, così come l’Italia, che fa parte del gruppo di contatto. La divergenza rispetto alla Casa Bianca potrebbe segnare una nuova fase di allontanamento tra le due sponde dell’Atlantico, dovuto anche al fatto che le aziende europee dovranno di nuovo fare i conti con il ritorno delle sanzioni americane, lasciando spazi di manovra molto più ampi a Cina e Russia.

Molto soddisfatto invece il presidente israeliano, Benjamin Netanyahu, che ha definito la scelta del presidente Trump «coraggiosa e corretta». «Se fosse rimasto in vigore – ha spiegato Netanyahu – entro alcuni anni l’Iran avrebbe avuto bombe atomiche». Eppure, la mossa della Casa Bianca porta con sé una serie di conseguenze difficili da prevedere, ma che non necessariamente vanno incontro agli immediati interessi statunitensi. Secondo Michael Koplow, policy directordell’Israel Policy Forum ed editorialista del quotidiano israeliano Haaretz, «Trump ha messo Israele in pericolo. Netanyahu ha convinto Trump che lasciare l’accordo sul nucleare servisse a proteggere Israele, ma l’uscita degli Stati Uniti significa che una vera guerra tra Israele e Iran in Siria ora diventa più probabile». La mossa di Trump, in effetti, potrebbe rafforzare i principalisti, la frangia politica più conservatrice e vicina alla guida suprema Ali Khamenei, mettendo in crisi la presidenza di Hassan Rouhani, moderato e più incline alla trattativa con l’Occidente. Con il rafforzamento della “linea dura”, potrebbe crescere la minaccia di uno scontro armato diretto con Israele, favorendo quindi una corsa agli armamenti in Medio oriente e nel Golfo e dando ancora più energia ai conflitti settari che Iran e Arabia Saudita stanno conducendo per procura da anni in Siria e Yemen.

Trump, che con questa decisione ha mantenuto una delle sue principali promesse elettorali – l’uscita da un accordo definito «un grande imbarazzo per me come cittadino e per tutti i cittadini degli Stati Uniti – ha voluto anche rassicurare gli alleati europei e ha affermato di voler lavorare a una “soluzione reale” insieme a loro, in linea con quanto si sta facendo con la Corea del Nord. Per contro, il presidente iraniano Rohani ha voluto sottolineare la natura multilaterale dell’accordo, ribadendo la propria volontà di negoziare con i firmatari rimasti. L’Iran, consapevole del rischio di isolamento nella regione, può mettere sul tavolo di nuove trattative anche la minaccia: se l’accordo dovesse collassare, infatti, l’Iran sarà libero di riavviare le migliaia di centrifughe messe in pausa dopo l’accordo. Questo permetterebbe a Teheran di aumentare la propria disponibilità di uranio senza il controllo dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica, Aiea, ricominciando a percorrere il percorso verso la disponibilità dell’arma atomica.

L’Iran era già arrivato molto vicino a dotarsi di armi nucleari in passato: secondo le informazioni di intelligence di vari Paesi, tra cui gli stessi Stati Uniti, prima dell’accordo l’Iran avrebbe avuto bisogno soltanto di un trimestre per poter ammassare abbastanza uranio da poi trasformare in combustibile per le bombe nucleari, mentre avrebbe avuto bisogno di parecchio tempo in più per montare la bomba su un missile abbastanza affidabile da poter essere usato come strumento bellico e quindi completare uno sforzo cominciato con la Rivoluzione del 1979. Ma oggi, dopo lo smantellamento di gran parte degli strumenti necessari per percorrere quella strada, esiste ancora quell’intenzione?

Difficile dirlo: a differenza di Israele, per esempio, l’Iran ha ratificato il Trattato di non proliferazione delle armi atomiche e tra il 2003 e il 2006 ha ricevuto diversi richiami in merito alle garanzie offerte, ritenute insufficienti. Le crescenti sanzioni messe in atto dal 2008 in poi, così come le crescenti ispezioni, avevano riportato la questione all’interno di un binario ritenuto sicuro, reso poi saldo con la firma del Jcpoa nel 2015. Ora, però, la decisione di Washington mette tutto in discussione. Paradossalmente, le motivazioni offerte da Trump per l’uscita dell’accordo, potrebbero diventare minacce reali proprio con l’uscita. Il presidente degli Stati Uniti, infatti, ritiene che l’accordo non sarebbe servito a impedire a Teheran di ottenere la bomba atomica, perché limitato nel tempo, limitato nella portata dei controlli e incapace di contrastare la spesa militare convenzionale iraniana e il suo sostegno a gruppi ritenuti terroristici, come il partito libanese Hezbollah.

Di parere opposto è invece l’Unione europea, che a più riprese ha difeso l’accordo. La preoccupazione non appartiene soltanto agli ambienti diplomatici, ma anche a quelli economici: in Italia, in particolare, la decisione è stata accolta con molta freddezza da Eni, forse la più strategica tra le imprese italiane. Negli ultimi cinquant’anni, infatti, l’azienda petrolifera italiana è stata una presenza costante nel Paese, terzo al mondo per riserve nel sottosuolo, e la fine delle sanzioni era vista come un’opportunità da 20 miliardi di euro. Tuttavia, le sanzioni ritornare in vigore da martedì 8 maggio impongono di interrompere ogni rapporto con Teheran entro 180 giorni, pena conseguenze per chi ha rapporti con il sistema bancario statunitense. Considerato che Eni ha interessi consolidati in Alaska, in Texas e nel Golfo del Messico, sarà necessario fare una scelta.

Allo stesso modo, anche l’Iran si trova di fronte a un bivio, che riguarda tutta la regione: tenere in piedi l’accordo con tutte le proprie forze, oppure prepararsi a una nuova stagione di conflitti, che comincerà prima ancora che si esauriscano quelli di oggi.

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