Il tribunale distrettuale di Giacarta Nord ha dichiarato il governatore uscente Basuki «Ahok» Tjahaja Purnama colpevole di blasfemia e lo ha condannato a due anni di carcere. Mentre il governatore cristiano – che terminerà il suo mandato a ottobre – è stato condotto nella prigione di Cipinang, il più grande complesso di detenzione di Giacarta Est, i suoi legali hanno annunciato che presenteranno causa presso il distretto di Stato maggiore per una sentenza meno severa.

L’accusa di blasfemia contro Ahok ha diviso la nazione e ha dato vigore ai gruppi islamici radicali. Essa è stata, infatti strumentale alla sconfitta del governatore uscente nelle elezioni governative del 19 aprile scorso. Ahok è finito al centro delle critiche dei musulmani dopo una frase pronunciata il 9 ottobre scorso, quando in un suo discorso nella reggenza di Thousand Islands ha citato la 51ma sura del V cap. del Corano (Al-Maida), usata da alcuni religiosi per vietare ai musulmani di eleggere un leader non musulmano. Durante tutta la campagna elettorale Ahok è stato avversato da numerosi leader dei partiti radicali islamici per la sua fede cristiana e per la lotta alla corruzione. Inoltre è uno dei pochi leader politici indonesiani a lottare in prima fila per la libertà di coscienza: nel giugno 2016 si oppose all’obbligo imposto alle studentesse di Giacarta di indossare il velo islamico, e nel luglio del 2015 promosse una battaglia per i diritti civili della minoranza ahmadi, ritenuta eretica dalla maggioranza musulmana sunnita.

Il verdetto è stato accolto in modo contrastante: la maggior parte delle persone esprimono sentimenti di angoscia e commentano che la sentenza emessa non è giusta, poiché per mesi i cinque giudici della corte distrettuale hanno subito una grande pressione sociale da parte degli avversari politici di Ahok. Ciò che colpisce è che la condanna sia di gran lunga più pesante delle richieste dei procuratori.

Lo stesso Ahok, durante l’udienza finale del 25 aprile scorso, ha accusato la corte di aver politicamente distorto la natura del suo incontro con la popolazione locale nelle Thousand Islands dello scorso settembre 2016 e si è dichiarato vittima di un orchestrato caso di diffamazione. Il giudice ha ribattuto che, invece di discutere questioni inerenti la pesca tra i pescatori locali, Ahok ha di proposito «deviato» il problema, rilasciando commenti offensivi che non erano «correlati» alla sua intenzione di incontrare gli abitanti del luogo.

Con Ahok in prigione, il governatorato di Giacarta è affidato al suo vice Djarot Saiful Hidayat, figura nazionalista del Partito democratico indonesiano (Pdip) fino ad ottobre 2017. Da quel momento comincerà il mandato di Anies Baswedan, che nelle ultime elezioni grazie al sostegno dei movimenti fondamentalisti islamici ha sconfitto il governatore cristiano, simbolo per tanti indonesiani di un’amministrazione coraggiosa e trasparente, dedita allo sviluppo della città e al miglioramento del benessere del popolo.

La sensazione è che la sentenza dei giudici nel caso «Ahok» sia stata pesantemente influenzata dall’attuale situazione politica in Indonesia. Se questa impressione fosse corretta, la decisione dei giudici sarebbe di fatto pericolosa per lo sviluppo della giustizia e della democrazia nel Paese.

Immagine: di Australian Embassy Jakarta, via Flickr

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