Ieri mattina, presso l’ospedale evangelico Villa Betania di Ponticelli (Na), si è svolto un incontro foriero di interessanti collaborazioni tra la Fondazione Betania e Medical Hope, progetto di assistenza sanitaria inserito nel più ampio progetto dei Corridoi umanitari di Mediterranean Hope, portato avanti dalla Federazione delle chiese evangeliche in Italia, Tavola valdese e Comunità di Sant’Egidio.

Il dottor Luciano Griso, membro dell’équipe che segue i progetti dei Corridoi umanitari, ha presentato Mediterranean Hope, ricostruendone la genesi, le motivazioni e i risultati raggiunti in questo primo anno. Griso, che in queste settimane è in giro per l’Italia a illustrare il progetto e a raccogliere fondi, ha descritto con passione e dovizia di dettagli Medical Hope. Il lavoro, svolto in rete con le organizzazioni internazionali e locali presenti in Libano (Acnur, Medici senza frontiere, Terre des hommes, Croce rossa), è rivolto per lo più ai rifugiati siriani che sono malati, portatori di handicap e disabilità e appartengono di diritto alla categoria di persone «vulnerabili», coinvolte nel progetto dei corridoi umanitari; poi vi sono quei rifugiati che hanno bisogno di aiuto sanitario ma che non vogliono lasciare il Libano, perché sperano di poter prima o poi fare ritorno nel paese di provenienza. «La difficoltà più grande – ha precisato Griso – sta nella scelta dei soggetti a cui rivolgere l’intervento sanitario: in Libano non esiste un sistema sanitario nazionale come in Italia e il costo delle prestazioni mediche è coperto dalle assicurazioni o interamente dai pazienti. Questo è un ostacolo insormontabile per molti rifugiati, tra i quali vi sono tanti bambini, che non hanno alcuna risorsa economica, ma grazie ad un piccolo fondo riusciamo a garantire interventi sanitari (ad es. cicli chemioterapici, risonanze magnetiche, visite specialistiche) che possono salvare vite umane».

Le migrazioni sono ormai un fenomeno globale, complesso e strutturale. Nell’area del Mediterraneo, in particolare, i flussi migratori coinvolgono zone duramente colpite da guerre, instabilità politica, cambiamenti climatici che continueranno a spingere nel prossimo futuro migliaia di persone a mettersi in viaggio nella speranza di un domani migliore. «Possiamo solo immaginare quanto enormi siano le difficoltà, ma qualche piccolo segnale anche noi sentiamo di doverlo dare», ha detto con convinzione il presidente della Fondazione Betania, Luciano Cirica, in risposta all’appassionata testimonianza del dottor Griso. Per l’ospedale erano presenti anche: Cordelia Vitiello, vicepresidente; il dott. Pasquale Accardo, direttore generale; il dott. Antonio Sciambra, direttore sanitario; il dott. Francesco Messina, direttore di neonatologia e Tin e referente del Comitato scientifico; pastore Vincenzo Polverino, cappellano; Emanuela Riccio, mediatrice culturale.

Cirica ha auspicato che con il nuovo anno si possa formalizzare la collaborazione tra l’ospedale evangelico e il progetto Medical Hope, e ha ipotizzato tre step: la destinazione di un contributo economico al progetto di assistenza sanitaria, nei tempi e nella misura in cui il Comitato direttivo della Fondazione deciderà nei prossimi mesi; la possibilità – sostenuta anche dal direttore generale Pasquale Accardo – che l’ospedale di Ponticelli possa garantire alcuni interventi sanitari specifici a soggetti vulnerabili individuati dall’équipe di MH; infine, la sponsorizzazione del progetto della Fcei nella rete internazionale di contatti nella quale la Fondazione Betania è inserita.

Nel corso dell’incontro i presenti hanno condiviso difficoltà, speranze, e soprattutto l’impegno comune per la salute e il benessere delle persone vulnerabili sia che si trovino nei lontani paesi colpiti dalla guerra sia che vivano nei quartieri poveri e degradati delle nostre città. Seguiremo con interesse nei prossimi mesi gli sviluppi di questa nascente collaborazione.

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