L’alterità della Bibbia

31 ottobre, festa della Riforma: al via un anno di celebrazioni che possono essere utili per scoprire l’attualità di un momento storico

Siamo giunti all’inizio, riconosciuto anche dai media, delle celebrazioni per il Cinquecentenario della Riforma protestante, anticipate già da diversi mesi da numerose iniziative. Ne parliamo con il pastore Lothar Vogel, professore di Storia del Cristianesimo alla Facoltà valdese di Teologia di Roma, al quale chiediamo innanzitutto come le differenze tra le chiese protestanti in Italia e in Germania (suo paese d’origine) possono rappresentare diversi punti di vista e quindi dare un diverso «taglio» alle celebrazioni.

«Le due situazioni sono abbastanza diverse, non soltanto a causa della maggiore vicinanza geografica della Germania ai centri originari della Riforma, ma anche alla diversa posizione sociale delle chiese evangeliche, che hanno più o meno lo stesso numero di membri della Chiesa cattolica: questo significa che hanno spesso anche problemi molto simili, a volte si trovano in una condizione di chiese ex-maggioritarie che le portano ad avere comportamenti più simili in quanto all’organizzazione. Inoltre c’è una storia decisamente più lunga per quanto riguarda l’ecumenismo “diffuso”; mi ha molto colpito, quando sono arrivato in Italia, sentir parlare dell’inizio dell’ecumenismo in seguito al Concilio Vaticano II: in Germania per quasi tutto il XX secolo ci sono stati un fattivo avvicinamento e una collaborazione che danno a questo ecumenismo un respiro più lungo».

Quale ruolo ha avuto l’attuale papa nel «preparare» questo anniversario?

«Sicuramente un papa diverso, che trasmettesse anzitutto un’“atmosfera” diversa, avrebbe un po’ cambiato la situazione. È evidente che anzitutto con l’attitudine, il modo di porsi stesso che papa Francesco dimostra, c’è una maggiore disponibilità e interesse per il protestantesimo in Italia. Però direi anche un’altra cosa: noi come Facoltà valdese di Teologia abbiamo alcune collaborazioni con colleghi e Atenei cattolici, indipendentemente da chi sia il papa: non ci sarebbero state una differenza o una contrapposizione totale. Per questo motivo penso che in Italia questo abbia un peso ma che non sia totalmente condizionante».

– La Riforma protestante porta un messaggio che va ben al di là delle chiese che si sono sviluppate a partire da essa: qual è il suo significato oggi e in che cosa consiste l’attualità della Riforma di cui spesso si parla?

«Premetto che secondo me il nucleo del messaggio della Riforma non è confessionale: se guardiamo all’insegnamento di Lutero all’Università di Wittenberg negli anni 1513-1516, vediamo presenti tutti gli elementi che formeranno la sua teologia, che in quel momento viene svolta tranquillamente, senza contestazioni, all’interno di un impianto cattolico. Ricordo a questo proposito che il teologo valdese Giovanni Miegge una volta ha detto che è stato dovuto a contingenze il fatto che questa teologia praticata a Wittenberg (del resto in modo collegiale) non sia finita nelle “note a pié di pagina” della storia della teologia, ma abbia suscitato questo processo, una contingenza dietro la quale Miegge vedeva una “mano più alta”.

Questa teologia non è in partenza confessionale. L’attualità dell’approccio teologico di Lutero e degli altri riformatori potrebbe consistere nel coraggio di affrontare l’“alterità della Bibbia” rispetto ai nostri convincimenti abituali. Quando si parla di una riscoperta della Bibbia ai tempi di Lutero, bisogna tenere conto che in realtà nel 1500-1510 la Bibbia era culturalmente onnipresente nella società occidentale: i riformatori hanno contribuito a un’esegesi più approfondita e più adeguata e in un primo momento “disorientante” della Scrittura. Mi chiedo se noi, che ci troviamo in condizioni in cui l’autorità della Bibbia è decisamente meno riconosciuta di allora, abbiamo ancora il coraggio di farci disorientare, di mettere alla prova i nostri convincimenti nella speranza che la Bibbia possa dischiuderci una dimensione salvifica, oppure di verità pronunciabile ed efficace oggi».

– Quindi piuttosto che di rottura della chiesa con la Riforma si dovrebbe parlare di rottura fra il Cinquecento e l’oggi?

«Se sia una rottura è tutto da vedere, ma sicuramente dei cambiamenti profondi ci separano da questa epoca. Faccio un esempio: se guardiamo le narrazioni sulle conversioni (August Hermann Francke – 1663-1727 – o John Wesley, fondatore del movimento metodista) incontriamo sempre un momento in cui non basta più comprendere e interpretare bene la Bibbia, c’è un dubbio più profondo: “Ma se tutto quello che è scritto nella Bibbia è illusorio, che faccio?”. Questa esigenza di un altro tipo di verifica, che potremmo definire “esistenziale”, si pone già nel XVII secolo, ma nel XVI non era presente. E con questa differenza dobbiamo fare i conti. Non dobbiamo farci illusioni: ci sono tanti aspetti su cui cattolici ed evangelici del Cinquecento sarebbero d’accordo “contro di noi”, a cominciare dal presupposto, non messo in discussione nel XVI secolo, che la Bibbia è parola di Dio; noi che siamo passati attraverso secoli di discussioni, attraverso l’Illuminismo, viviamo in un mondo culturale profondamente diverso dal Cinquecento, non possiamo sfuggire a queste differenze».

Il contesto di oggi è quindi incomparabile con quello della Riforma. Ma, se per ipotesi la Riforma avvenisse oggi, sarebbe possibile, e su quali contenuti principali?

«Non sono certo un profeta, ma dal mio punto di vista di storico della Chiesa posso dire innanzitutto che la storia non si ripete: sarebbe illusorio pensare di poter risuscitare i processi che si sono verificati cinquecento anni fa. Dall’altro lato vedo anche che la fede cristiana è sempre rimasta sotto questa esigenza dell’ecclesia semper reformanda, sin dall’inizio. Non c’è mai stato cristianesimo che non sia vissuto con questa esigenza. Io forse direi una cosa in più: è giusto ricordarsi che la Riforma di Lutero parte dalla riflessione sulla penitenza, da un esame di coscienza e non da un attacco contro altri. Se noi vogliamo riallacciarci alla Riforma del XVI secolo, credo che questo esame di coscienza sia centrale; un processo significativo potrebbe essere innescato soltanto ricordando che, secondo Lutero e gli altri riformatori, il giudizio sull’insegnamento e la predicazione spettava sempre al popolo credente della comunità. Questo significa che forse dobbiamo reimparare a interpretare questo giudizio, a distinguere tra questa disponibilità a un giudizio ed eventuali mosse di manipolazione, dobbiamo essere in grado di dire quello che noi consideriamo valido e affidabile e ciò che invece consideriamo illusorio».

– Sono esistite o potrebbero esistere altre Riforme, o fenomeni analoghi, presso altre fedi o religioni? O quello del Cinquecento è irripetibile?

«La Riforma è irripetibile in senso storico, perché presupponeva condizioni storiche particolari, ma ciò non toglie che sia la fede cristiana sia altre religioni (per quanto io posso valutare) vivano anche di un confronto dialettico con la società con cui si trovano a interloquire, esigenze riformistiche e di ridefinizione e riformulazione della fede sono una dimensione imprescindibile di una religione. Anche di fronte a eventuali ritorni a fondamentalismi, che possiamo osservare in tutte le religioni, c’è l’esigenza di “ripartenze” che secondo me hanno significato nel momento in cui riescono a interloquire con la società e a rispettare quello che i riformatori hanno chiamato il “giudizio del popolo credente”; la Riforma del XVI secolo potrebbe prestarsi come paradigma di come una riforma possa essere fruttuosa, che ispira senza avere chiusure. La Riforma parte anche da un progetto intellettuale di confronto con un testo, con una fede motivata, e non da idee di “uniformazione”. L’intuito iniziale della Riforma è stato disorientante e questo è stato anche il suo potenziale».

L’augurio che ci si può fare dunque per il cinquecentenario della Riforma è che la conoscenza di ciò che è stata la Riforma protestante possa estendersi nel modo più ampio possibile, offrendo degli spunti e degli esempi importanti e attuali anche nella società di oggi?

«Sì, il mio augurio è anche che si diffonda (cosa che secondo me è in pieno atto) una lettura, di questa storia della Riforma, serena, non identitaria o apologetica, che possa dare spunti ecumenici molto utili».

Foto Pietro Romeo