Vivere insieme in Cristo

In vista dell’Assemblea generale di fine mese, le chiese battiste si trovano a confrontarsi con un certo declino della loro consistenza. I segni di rinnovamento possono venire dall’intercultura

Dal 29 ottobre al 1 novembre si terrà a Chianciano la 44a Assemblea generale del­l’Unione cristiana evan­gelica battista d’Italia (Ucebi), che valuterà l’operato del Comitato esecutivo e definirà le priorità del lavoro futuro. Il versetto guida dell’assise, convocata ogni due anni, è: «State fermi in uno stesso spirito, combattendo insieme con un medesimo animo per la fede del vangelo» (Filippesi 1, 27). Della scelta di questo imperativo dell’apostolo Paolo parliamo con il presidente dell’Ucebi, pastore Raffaele Volpe, nell’intervista che introduce alle tematiche che saranno affrontate nella prossima Assemblea battista.

«Il versetto è stato scelto innanzitutto per la chiara enfasi posta sull’avere uno stesso spirito e un medesimo animo. È come se Paolo intuisse la necessità di enfatizzare l’unità della chiesa. E anche il gerundio “combattendo”, nella logica dell’unità, si potrebbe tradurre con “cooperando”. Il richiamo dell’apostolo rivolto anche a noi oggi è di cooperare tutti e tutte insieme, senza esclusioni, “per la fede del vangelo”, cioè fondandosi su una parola, che è la parola di Cristo».

— Il Comitato esecutivo nella sua relazione presenta l’analisi dello stato di salute delle chiese battiste: da alcuni decenni ormai è in atto un generale calo numerico.

«Partendo dai dati oggettivi a disposizione, abbiamo esaminato in particolare il segmento che va dal 1956 ad oggi, arco di tempo nel quale si registra un declino delle chiese storiche. Il “declino” in atto – termine che abbiamo usato non in senso apocalittico, ma analitico – forse non è stato adeguatamente affrontato. Abbiamo ingenuamente pensato che bastasse segnalare il problema, proponendo alcune soluzioni (rafforzamento dei Dipartimenti, organizzazione dei convegni sulla Missione integrale, l’avvio della Nuova Scuola Asaf per la formazione dei nuovi ministeri…), che non sono state sufficienti. A dire il vero nella nostra Unione c’è stata una crescita, e riguarda quelle realtà non storiche, frutto del lavoro di società missionarie estere, come la Giunta brasiliana, o dei processi di immigrazione».

— Che cosa non ha funzionato?

«L’analisi è complessa. Sicuramente c’è stato un trend di crescita dal secondo dopoguerra fino agli anni ’60 (i battisti passarono da 2500 a 5000 circa), che non è continuato per diversi motivi: perché ci sono state delle trasformazioni epocali che hanno attraversato le nostre società; perché c’è stato un imborghesimento delle chiese; perché c’è stata una contestazione da parte delle nuove generazioni che non è riuscita ad inserirsi dentro la vita delle chiese ma si è separata, determinando uno scollamento generazionale. Dagli anni ’70 in poi, c’è stata una preoccupazione eccessiva sulle nostre strutture, sulla capacità di rappresentare noi stessi nel modo migliore possibile, su una costruzione ideologica efficace, dimenticando che questo doveva accompagnarsi ad un lavoro quotidiano di crescita delle chiese. È senz’altro un’analisi molto parziale la mia, ma credo che ci siano spunti per proseguire la riflessione».

— Un ampio capitolo della relazione viene dedicato alla realtà multiculturale: nell’arco di 24 anni l’Unione battista ha adottato una chiara politica di accoglienza alla quale non sempre però è seguito un necessario confronto tra le chiese italiane e quelle straniere sui diversi punti di vista teologici, etici e culturali. Che cosa ha generato questo mancato confronto?

«I Comitati esecutivi, i presidenti, ma anche i segretari dei dipartimenti – cioè quei fratelli e sorelle che svolgono un ruolo di guida all’interno dell’Unione – ad un certo punto hanno scelto con coraggio l’accoglienza (oggi fanno parte dell’Ucebi 35 chiese etniche), senza però creare dei processi di analisi e di approfondimento di ciò che stava avvenendo. Così negli anni la realtà del battismo italiano è completamente cambiata: oggi metà dell’Unione è composta da persone che vengono da altri paesi o da chiese che nascono da lavori missionari, che hanno metodologie missionarie o posizioni teologiche e etiche diverse da quelle delle chiese tradizionalmente italiane. La multiculturalità è dunque già una realtà, e da questo dato bisogna partire. L’unica possibilità effettiva che abbiamo per contrastare indifferenza e, in alcuni casi sospetto, è costruire una cultura dell’intercultura, capace di creare spazi di dialogo nella differenza, di accoglienza reciproca, di procedure che ci permettano di vivere insieme, di confrontarci in maniera seria, anche drammatica, ma sempre dentro le regole del confronto. Dobbiamo correre questo rischio».

— Questo percorso dovrebbe essere possibile per i battisti che storicamente hanno saputo difendere il punto di vista dell’altro e valorizzare le differenze anche al loro interno…

«Noi battisti italiani abbiamo il pregio di aver sempre problematizzato l’essere battista in modo creativo, intelligente, sapendo anche attingere ad altre tradizioni; d’altra parte abbiamo avuto il difetto di non voler mai essere battisti fino in fondo. Essere battisti significa credere che la presenza di chi la pensa diversamente da me è una ricchezza; quando il battismo riesce ad essere sereno rispetto alle differenze e le vive come un’opportunità, cresce e si rafforza perché non è ideologico. Siamo una comunità chiamata da Cristo, ognuno e ognuna diversi dall’altro e dall’altra, e dobbiamo trovare in Cristo la possibilità di vivere insieme. Credo che in questo senso potremo dare un contributo importante anche al cammino dell’evangelismo italiano, resistendo alla tentazione di conservare un’immagine di noi bella all’esterno perché univoca e facilmente narrabile».

— Con quest’Assemblea termina la sua presidenza, durata 6 anni. Cosa maggiormente conserverà nel cuore di questa esperienza? Ha qualche rimpianto?

«Questi anni di servizio alle chiese sono stati per me un privilegio enorme, che domina indiscusso anche di fronte alla fatica, alle responsabilità, e che è legato alla gioia e alla possibilità di incontrare le persone delle nostre chiese, che sono il patrimonio più bello che abbiamo. Ovviamente i rimpianti, le critiche sono parte del rischio di fare qualcosa. Probabilmente qualche mia azione, anzi sicuramente, ha prodotto effetti negativi, e di questo mi scuso: mi dispiace per le persone che si sono sentite colpite, non comprese. Per il resto, a conclusione di un mandato, il compito dei figli e delle figlie di Dio è anche quello di sentirsi come quel bambino che sta sul seno della madre, svezzato, finalmente sereno, perché quello che ci è stato chiesto, abbiamo provato a farlo con umiltà».

Tra i temi che verranno discussi: i 60 anni della nascita dell’Ucebi; il 500° anniversario della Riforma; l’autonomia della chiesa locale; l’Otto per mille; la situazione economica; la violenza maschile contro le donne.

Foto Pietro Romeo