Nelle ultime 96 ore, oltre 13.000 persone hanno lasciato la Libia e sono arrivate in Italia grazie ai salvataggi effettuati in una delle più grandi operazioni mai coordinate dalla Guardia Costiera Italiana. A Lampedusa, ad esempio, il 30 agosto si è assistito all’arrivo di più di 1.200 persone. Alle 19.00 circa, la Guardia Costiera ha iniziato al Molo Favaloro, le operazioni di trasbordo delle persone recuperate dal rimorchiatore italiano Asso 25. Secondo alcune testimonianze, la grande imbarcazione sarebbe stata costretta a far rotta sull'isola a causa di tensioni manifestatesi durante il viaggio in direzione della prima meta stabilita, il porto di Palermo. Questo ingente arrivo ha determinato una situazione di emergenza, non tanto per l’isola che vive una delle sue migliori stagioni turistiche, piuttosto per i migranti (una situazione di estrema precarietà e disagio, dato che l’Hot Spot pensato per ospitare non più di 380 persone, e agibile solo in parte a causa degli incendi che hanno danneggiato diverse zone del centro, si è ritrovato ad ospitare più di 1.600 persone.

Secondo l’UNHCR gli arrivi degli ultimi giorni hanno portato a 105.628 il numero delle persone giunte in Italia via mare nel 2016. Secondo Frontex, il numero complessivo delle persone arrivate in Italia è comunque in linea con i numeri dello scorso anno. Secondo l’OIM in Libia ci sarebbero tra le 200.000 e il milione di persone in attesa di partire alla volta dell’Europa. È perciò fondamentale cercare di riscostruire quali forze si stiano scontrando in Libia e quali fattori andranno a determinare nei prossimi mesi importanti conseguenze.

Il premier libico riconosciuto dalle Nazioni Unite, Fayez al-Sarraj, ha recentemente rivelato di aver chiesto direttamente un sostegno agli Stati Uniti per effettuare raid aerei che possano indebolire le forze di Daesh presenti nel paese. Dal primo agosto gli Stati Uniti hanno risposto a questa richiesta con bombardamenti contro le roccaforti di Daesh nella città costiera di Sirte. A quanto possiamo vedere e leggere, il congiunto intervento aereo e di terra sembrerebbe aver effetti sul contrasto dell’Isis in Libia. Tuttavia Il Governo Serraj è di fatto un governo senza controllo militare del territorio. La città di Sabratha ad esempiorappresenta il principale hub delle partenze dalla Libia ed è di fatto una sorta di zona franca, dove i clan di trafficanti operativi in tutta l’Africa concentrano migliaia di persone in attesa di salpare per l'Italia.

Nell’era post Gheddafi infatti le milizie e i clan tribali hanno mantenuto la gestione del territorio, e oggi sperano che nella ricostruzione del paese ci possa essere spazio per una pluralità di autorità locali. In particolar modo la nostra sensazione è che le milizie che si scontrano in Libia inizino a comprendere che, come insegna la Turchia, l’esternalizzazione dei confini possa garantire ingenti risorse provenienti dall’Europa. In queste settimane le diplomazie europee e in particolar modo il Governo italiano non solo hanno manifestatamente espresso, con il Migration Compact, la loro intenzione di voler replicare in Libia il modello turco, ma hanno anche recentemente avviato una serie di incontri con le autorità libiche che spingono in questa direzione.

Parallelamente, il governo del generale Haftar, sostenuto dall’Egitto, continua a controllare importanti posizioni in Cirenaica nei pressi di grandi giacimenti petroliferi e non ha accettato l’intervento militare straniero sul suolo libico giudicandolo una violazione alla costituzione e un’inaccettabile precedente, rendendo così di fatto ancora instabile il paese. Questo elemento probabilmente consente alle organizzazioni criminali che lucrano sul traffico dei migranti una ancora maggiore libertà di azione e di profitto.

Rileviamo, infatti, il consolidamento di un’altra rotta oltre a quella libica, cioè quella egiziana. Molti migranti partiti da Khartoum in Sudan ci hanno raccontato di aver preferito attraversare l’Egitto perché più sicuro nella tratta di terra rispetto alla Libia. Il viaggio in mare, notevolmente più lungo e pericoloso inizia per molti sulle coste della città di Alessandria da dove si imbarcano a bordo di navi da pesca di una certa grandezza. Dopo qualche giorno alcuni raccontano di trasferimenti in alto mare su imbarcazioni più piccole, approdi in Libia per caricare altre persone, fino al momento in cui intercettati da unità navali vengono recuperati e salvati dalle acque. I dati dell’UNHCR mostrano un incremento significativo del numero di egiziani in arrivo in Italia attraverso il Mediterraneo, da 344 nel 2015 a 2.634 fino ad ora nel 2016.

Di fronte a questo complesso scenario politico va segnalato come si stia assistendo ad un aumento nei pattern d’ingresso in Italia, di quei migranti che ormai da anni lavoravano in Libia. Ad esempio, degli oltre 1.200 migranti arrivati il 30 agosto a Lampedusa, circa 300 provenivano dal Bangladesh. Si stima che i lavoratori provenienti dal Bangladesh arrivati in Libia per lavorare sotto l’era Gheddafi fossero decine di migliaia ma la precaria condizione del paese, sta probabilmente spingendo queste comunità a partire perché non più in grado di sostenersi, né di inviare rimesse nel loro paese. Oltre a questo, uno dei motivi che spinge questi lavoratori a lasciare il paese è il fatto che spesso vengono rapinati e presi in ostaggio per essere derubati.

Un tema questo che dovrebbe essere compreso dalle nostre autorità quando valutano il diritto alla protezione internazionale di queste persone che non possono di sicuro essere classificate come migranti economici.

L’esternalizzazione del confine europeo è diventato un fattore di contrattazione finanziaria e geopolitica per i paesi della sponda sud del mar Mediterraneo. Basti solo pensare che non solo la Turchia ha chiuso le proprie frontiere, ma anche il Marocco e la Tunisia hanno sviluppato accordi simili con L’Europa, tant’è che più volte negli ultimi tempi abbiamo incontrato ragazzi provenienti da Ceuta e Melilla che hanno intrapreso la rotta libica dopo aver constatato l’impossibilità di oltrepassare le reti che dividono l’enclave spagnola dal Marocco. Seguendo questo schema possiamo anche giustificare il picco di partenze di siriani che negli ultimi giorni si sono registrate dalla Turchia verso la Grecia. Non è infatti difficile da pensare che Erdogan, impegnato in questo momento in un’azione militare in Siria contro i curdi voglia dare un avvertimento all’Europa.

In poche parole l’Europa esternalizzando la frontiera, non soltanto ha perso la propria identità, flessibilizzando progressivamente il diritto di asilo ma sta anche contribuendo alla costruzione ed al rafforzamento di stati o clan che nel futuro prossimo avranno un enorme potere di contrattazione finanziario e geopolitico.

Un costo enorme, oltre che economico, in termini di vite e di diritti.

Immagine: via flickr.com

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