Il Sinodo valdese ha ascoltato il saluto del pastore Raffaele Volpe, presidente dell’Unione cristiana evangelica battista d’Italia (Ucebi). È l’ultimo che il presidente Volpe ha rivolto ai sinodali con questo incarico: a fine ottobre infatti egli terminerà il suo mandato durato sei anni. Nel suo intervento, introdotto da parole di ringraziamento a Dio per la proficua collaborazione vissuta in questi anni sia con il moderatore della Tavola valdese, pastore Eugenio Bernardini, e la diacona Alessandra Trotta, presidente dell’Opera per le Chiese Evangeliche Metodiste in Italia (Opcemi), Volpe ha posto due questioni tra loro intrecciate: l’interculturalità e i 500 anni delle Riforme.

Ben 24 anni fa i battisti decisero di accogliere le chiese di stranieri e straniere. Si trattò di un’apertura che, volente o nolente, ha cambiato negli anni la fisionomia del battismo italiano. «Siamo passati da una realtà alquanto monoculturale a una realtà decisamente multiculturale. Lì dove c’è multiculturalità, diventa necessaria l’interculturalità. Quest’ultima, più che un metodo, è uno stile di vita», ha detto Volpe.

La realtà complessa e «pluriversa» in cui viviamo, ha proseguito Volpe, può essere letta o con la «lama» – che preferisce una lettura della realtà univoca, omogenea – o con la rete, che accoglie e annoda, senza semplificazioni, senza riduzionismi, salvando il pluralismo e la differenza.

«Anche la realtà del battismo italiano è pluriversa e questo significa che dobbiamo sempre più imparare a costruire la rete che ci permette di leggere la nostra comprensione di Battisti italiani, senza nostalgie o torcicolli prodotti dall’incedere con il collo girato verso il passato. Dobbiamo liberarci dalle etichettature, dalle semplificazioni e, se ci riusciamo, potremmo dare un contributo anche nel dialogo tra il protestantesimo storico e il mondo evangelicale».

Qui il discorso sulla multiculturalità si è legato al discorso sui 500 anni della Riforma protestante. Volpe ha espresso l’auspicio che nell’ambito delle celebrazioni dell’anniversario ci sia modo di richiamare la rivoluzione popolare del 1525, nota come la rivolta dei contadini, che precedette l’anabattismo.

La rivoluzione del 1525 fu una riforma popolare che ebbe la pretesa che si potesse riformare la chiesa dal basso. «L’anabattismo – ha ricordato Volpe – nasce dentro questa storia rivoluzionaria/riformatrice, e si impone con i suoi martiri, le sue teologie, le sue etiche, ma anche le sue contraddizioni, come una riforma accanto a un’altra riforma che trasformò l’Europa. Di riforme, dunque, nel 16° sec. ce ne sono state diverse e solo tenendole insieme nella loro stridente contraddizione, credo che potremo veramente festeggiare i 500 anni delle Riforme».

Foto P. Romeo

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