In Italia si può torturare. Non è reato

La ripresa dell’esame del disegno di legge per il reato di tortura era prevista per oggi, ma Lega, Fi e Cor hanno chiesto – e ottenuto dalla conferenza dei capigruppo – la sospensione

«Come prevedibile – ha postato ieri sera su facebook il senatore Luigi Manconi, presidente della Commissione diritti umani di Palazzo Madama –  un Senato inqualificabile ha preso una decisione infingarda: ha stabilito che fosse troppo presto approvare un provvedimento che attende di essere accolto nel nostro ordinamento dal 1988. Eh già, troppo presto. E, così, la discussione sul disegno di legge relativo al delitto di tortura è stata sospesa e rinviata a chissà quando».

La ripresa dell’esame del disegno di legge per inserire nel nostro ordinamento il reato di tortura era infatti prevista per oggi, ma la Lega, Fi e Cor hanno chiesto – e ottenuto dalla conferenza dei capigruppo – la sospensione. Sulla prescrizione si sta delineando, invece, un accordo: lo stop dopo il primo grado.

«Non poteva essere che così – ha proseguito il presidente di “A buon diritto” Manconi, nel testo pubblicato oggi sull’Huffinghton Post–. A questo esito, hanno alacremente lavorato un ineffabile ministro dell’Interno che tenta di riscattare i propri fallimenti politici e di governo attraverso una successione di blandizie non nei confronti delle forze di polizia, bensì dei suoi segmenti più antidemocratici e arretrati. E, poi, i giureconsulti della domenica (ma dell’ora della pennica, mi raccomando) i garantisti ca pummarola 'n copp' e i tutori dei diritti purché di appannaggio dei soli potenti. Per motivare tutto ciò, alcuni senatori hanno argomentato, si fa per dire, sull’attentato di Nizza, collegandolo al rischio – nel caso di approvazione della legge sulla tortura – di “disarmare” polizia e carabinieri davanti alla minaccia jihadista. Che Dio li perdoni. Inutile – conclude Manconi – cercare una logica in tutto ciò. C’è solo sudditanza psicologica e spirito gregario. Sotto il profilo normativo, tutto ciò significa una cosa sola: il delitto di tortura entrerà a far parte del nostro ordinamento, a voler essere ottimisti, tra due - tre – trent’anni».

Nel marzo 1974 un pastore valdese italiano, Tullio Vinay, testimoniò a Parigi sui metodi di tortura usati sui prigionieri politici in Vietnam. Una signora, Hélène Engel, allora settantreenne, ne rimase talmente sconvolta che decise di impegnarsi in un’azione per sensibilizzare le chiese allo scandalo della tortura: «Non posso dirmi cristiana e continuare a vivere come se non sapessi niente» gridò allora Hélène Engel convinta che un’azione cristiana non potesse essere che ecumenica. Hélène Engel e Edith du Tertre, entrambe protestanti riformate, decisero di «agire» e fare qualche cosa per aiutare i fratelli esposti a tale rischio. Il loro appello fu ascoltato. Alcuni rappresentanti delle tre confessioni (protestanti, cattolici e ortodossi) fondarono il 16 giugno 1974 a Versailles la ACAT. In Francia si realizzò rapidamente una rete di gruppi ACAT distribuita su tutto il territorio. Il 13 aprile del 1987 nacque la sezione italiana di Acat.

L’attuale presidente, Massimo Corti, ha commentato a Riforma.it il rinvio del Senato al ddl: «É un risultato scaturito dalle forti pressioni giunte al ministro Alfano da parte delle forze di polizia – ha rilevato Corti, presidente di Acat Italia (Azione dei cristiani per l’abolizione della tortura) –. Manifestazioni pubbliche, volantinaggi e le diffuse immagini apparse su molti quotidiani con poliziotti incatenati per denunciare questa legge che avrebbe imposto a loro limitazioni e “privilegi” alla delinquenza, sono state forme di propaganda, ispirate in particolar modo dal sindacato di polizia Siulp, che evidentemente hanno attecchito.

La legge per il reato di tortura esiste in quasi tutto il mondo e nessuna polizia ne ha messo in discussione il principio né tantomeno l’ha individuata come limitazione al proprio lavoro. Legge che, a onore del vero, non è ancora stata inserita nell’ordinamento legislativo anche della nostra vicina e civile Svizzera.

La posizione di Acat Italia – prosegue Corti – è chiara, questa legge è vitale ed essenziale e speriamo che possa essere approvata dal Parlamento italiano nel più breve tempo possibile.

Porto un solo esempio per far comprendere le implicazioni di questa mancanza – i casi più noti, vessati da quest’assenza legislativa, come quello di Stefano Cucchi per citarne solo uno, sono amaramente a conoscenza di tutti –: uno straniero qualche tempo fa, accusato per reati di tortura nel suo luogo di origine, si è rifugiato, e non a caso, nel nostro paese. L’Italia non ha potuto estradarlo proprio perché nel nostro ordinamento il reato di tortura non esiste. Per fare l’esempio opposto: se mai fossero resi noti i nomi di chi ha torturato il giovane Giulio Regeni in Egitto, l’Italia non potrebbe chiederne l’estradizione per il reato di tortura. Potremmo farlo – dal momento che quelle torture ne hanno causato la tragica fine – per il reato di morte preterintenzionale. La tortura da noi non è un reato.

Acat Italia – conclude Corti – intende profondere il proprio impegno con maggior vigore e forza a favore dei giovani, sensibilizzandoli e operando nelle scuole e nelle Università. È certamente un modo, che riteniamo utile, per rieducare e contrastare la dilagante banalizzazione del fenomeno. Film, fiction e soprattutto video giochi, dal carattere violento, offrono spesso messaggi fuorvianti e sbagliati: la tortura è possibile e giustificabile se ad infliggerla è l’eroe (pensate a James Bond) o se a procurarla sono i protagonisti – loro stessi – di giochi virtuali, realistici e dunque cognitivamente pericolosi.  Questa normalizzazione, banalizzazione, solo dieci anni fa sarebbe stata impensabile. La progressiva normalizzazione di fenomeni come il poter infliggere ad altri la tortura o il poter provocare la morte, sono sbagliati e aberranti e non possono essere sottovalutati, tantomeno e soprattutto dalla politica e dalle Istituzioni. In Italia non esiste il reato di tortura e questo, di per sé, è già un fatto grave; ancor più grave sarebbe legittimare lo sdoganamento sociale e mediatico di atteggiamenti disumani ed efferati contro i propri simili e verso tutti gli esseri viventi».  

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