Fonte: Nev

Nati in Italia dalla spinta ecumenica di Tavola Valdese, Federazione delle Chiese Evangeliche (Fcei) e Comunità di S. Egidio, i corridoi umanitari che dal febbraio scorso hanno permesso a quasi 300 cittadini siriani e iracheni di raggiungere il nostro paese attraverso un regolare volo di linea, hanno incassato il riconoscimento politico del Parlamento europeo. Un incontro, quello del 28 giugno, che sembra preludere a una nuova fase. Ne parliamo con Paolo Naso, inviato a Bruxelles in rappresentanza della Fcei.

L’impressione è che i corridoi umanitari stiano facendo scuola…

«Abbiamo dimostrato che i corridoi sono praticabili, sostenibili ed efficaci, ora ci poniamo il problema di sviluppare questa strategia a livello internazionale. Mediterranean Hope possiede dall’inizio una sua dimensione politica: sapevamo che un progetto simile ci avrebbe portato a confrontarci nelle sedi istituzionali nazionali ed europee. Così è stato, dapprima in contesti nazionali in cui godiamo di partenariati con altre chiese evangeliche; penso anzitutto alla Germania, dove il 23 giugno la Chiesa evangelica tedesca (Ekd) ha dedicato una sessione di studio ai corridoi umanitari, ma anche alla Francia, visto che qualche giorno fa il pastore François Clavairoly, Presidente della Federazione protestante di Francia, ha reso visita alla sede romana della Fcei. Risale invece al 15 giugno la notizia che anche il Parlamento svizzero ha adottato una mozione di sostegno ai corridoi umanitari, citando espressamente quanto già fatto in Italia. La Svizzera non è nell’Ue ma è parte dell’area Schengen, quindi il dispositivo giuridico che ci consente di concedere visti umanitari, l’articolo 25 del Trattato sui visti, è a disposizione anche degli elvetici. Questi casi ci confermano che siamo già entrati in una fase nuova, che io definirei di “europeizzazione” dei corridoi umanitari. La nostra visita a Bruxelles ha sancito con ancor più forza la concretezza politica di questo cammino umanitario».

Chi c’era ad ascoltarvi al Parlamento europeo? E quali sono stati i nuclei del suo intervento?

«Tra i relatori, accanto a me e a Mauro Garofalo della Comunità di Sant’Egidio, c’erano il vicepresidente del Parlamento Antonio Tajani, il membro di gabinetto della Vicepresidenza della Commissione europea Giulio Di Blasi e il direttore regionale per l’Europa dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (Oim) Eugenio Ambrosi; in platea numerosi europarlamentari italiani e non, e poi osservatori e rappresentanti di primo piano della società civile e delle chiese: cito tra le altre l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr), ma anche la Conferenza episcopale belga e la Chiesa protestante unita del Belgio, insieme alla Commissione delle chiese europee per i migranti (Ccme) nella persona del segretario esecutivo Thorsten Moritz. È la prima volta che l’esperimento italiano dei corridoi umanitari viene presentato al Parlamento europeo. Nel corso del mio intervento ho voluto insistere su quattro aggettivi. Primo: i corridoi umanitari sono praticabili, nel senso che per i paesi dell’area Schengen si possono attuare sulla base delle norme vigenti. In secondo luogo sono sicuri: tanto per gli immigrati quanto per i paesi che li accolgono, perché le persone che arrivano sono identificate, note e conosciute già nei paesi di provenienza. Ho battuto molto sul fatto che questa procedura d’accoglienza rassicura anche quei settori di opinione pubblica che nei vari paesi dimostrano più di un’inquietudine sul tema dell’immigrazione. In terzo luogo ho ricordato che i corridoi sono sostenibili: l’input e le risorse vengono dalla società civile, attraverso un meccanismo di nuova relazione tra libere associazioni – nel nostro caso chiese – e istituzioni, finalizzata al raggiungimento di un risultato. Infine, ho sottolineato il carattere ecumenico di questo nostro tentativo: in un contesto di rilancio dell’ecumenismo, la costruzione, in Italia, di un ecumenismo fattuale, della carità o della diaconia, i cui beneficiari sono i migranti è un fatto che assume anche un grande significato spirituale».

Cosa cambierà, nel concreto, ora che anche il Parlamento europeo è informato sui corridoi umanitari?

«Quello incassato a Bruxelles è un fondamentale riconoscimento politico. Dopodiché, su questo non ci facciamo illusioni, la disponibilità specifica del dispositivo giuridico che utilizziamo per attivare i corridoi attiene alle scelte degli Stati membri. Al Parlamento di Bruxelles abbiamo chiesto di sostenere e accompagnare il modello, ma saranno i governi a decidere se adottare o meno questa procedura. Il riconoscimento politico è importante perché Mediterranean Hope è anche il frutto di una sapiente, faticosa, determinata tessitura diplomatica. A fronte dello stallo delle politiche europee, è incoraggiante constatare che nei confronti del nostro progetto sia le istituzioni italiane che quelle europee si mostrano sollecite e interessate. Mi piace ricordare che fino ad ora le complesse procedure di rilascio dei visti si sono svolte in tempi ragionevoli, nel massimo rispetto della dignità degli immigrati».

Chi, secondo lei, sta tradendo maggiormente la speranza di un’accoglienza «dignitosa»? L’Unione nel suo insieme o i singoli Stati membri?

«Sulla carta, a livello europeo, esistono diversi strumenti di governance del fenomeno migratorio. Abbiamo le riunificazioni famigliari, ma purtroppo vediamo che le famiglie non vengono agevolmente ricostituite. Poi abbiamo i “resettlement”, di cui dovrebbero beneficiare quelle persone che hanno ottenuto lo status di rifugiato dalle Nazioni Unite, soggetti che avrebbero il pieno diritto di essere ricollocati nei Paesi Ue, secondo le quote prestabilite; ma nemmeno questo meccanismo sta funzionando, perché le poche centinaia di posti attribuiti ad ogni paese non vengono gestiti. Infine, abbiamo le cosiddette “relocation”: ossia le quote d’immigrati da ridistribuite nei vari paesi nel quadro di una tanto sbandierata solidarietà europea. Ora, nessuno di questi meccanismi sta dando risultati soddisfacenti. Di fatto, i corridoi umanitari sono l’unica pratica in essere di “passaggio sicuro”. Stando così le cose, il tema non è soltanto la revisione delle regole di Dublino – norme che vincolano i richiedenti asilo a permanere nei paesi di prima accoglienza, condannandoli a restare in un paese contro il loro interesse, a detrimento anche della loro integrazione – ma capire se l’Europa esiste ancora. L’Europa politica non è nata per misurare la lunghezza delle sardine o la percentuale di cacao nel cioccolato, i grandi europeisti come Schuman e Spinelli volevano un’Europa che fosse una comunità di popoli e di valori. Anche sulla questione migratoria si tratta quindi di tornare alle radici ideali dell’europeismo, come sottolineato con grande forza dal vicepresidente Tajani. Soltanto da un’Europa così intesa potrà derivare un dispositivo di solidarietà che non abbandoni i paesi con confini marittimi all’impatto della prima accoglienza, ma che contempli una responsabilità condivisa. Al momento sembra esserci un divorzio tra queste due Europe: tra l’”Europa che ha un’anima”, come diceva Jacques Delors, e l’Europa degli egoismi nazionali. È questa doppiezza che genera e alimenta sentimenti antieuropei. La cosa più saggia che possa fare chi, come noi, ha a cuore l’Europa politica, è lavorare a progetti concreti che rinvigoriscano anche la sua carica utopica».

Nella platea che il 28 giugno ha accolto Paolo Naso e Mauro Garofalo c’era anche Elly Schlein, eurodeputata socialista da tempo in prima linea nella battaglia per il ripensamento delle regole di Dublino. Raggiunta dai nostri microfoni, Schlein ha definito i corridoi umanitari «uno straordinario esempio di cosa si possa fare per aiutare le persone più vulnerabili a fuggire da situazioni disperate» e ha ribadito che «l'unico modo per combattere il traffico di esseri umani è creare vie d’accesso sicure e legali». «Per questo motivo – ha proseguito Schlein – l’iniziativa italiana rappresenta una buona pratica da cui molti governi europei dovrebbero imparare. Perché mette insieme solidarietà, competenza, impegno della società civile e capacità di cooperare in modo virtuoso con le realtà locali. Certo, parliamo di ciò che con generosità e con risorse limitate si sta facendo per qualche centinaio di persone, a fronte di flussi molto massicci. Eppure i corridoi umanitari hanno aperto una breccia dimostrando che è possibile, hanno creato un modello utilizzando gli strumenti legislativi già a disposizione dell'Unione europea». La conclusione, laconica, dell’eurodeputata, ricalca la lettura di Paolo Naso: «Di fronte agli egoismi nazionali e all'incapacità di mettere in campo quelle soluzioni comuni europee che sole possano affrontare il fenomeno, questo è già un segnale molto importante».

Immagini: via flickr.com, utente Xaf

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