In Francia cresce la tolleranza nei confronti della tortura

Uno studio dell’Associazione dei cristiani per l’abolizione della tortura rivela esiti sorprendenti

La “guerra in casa”, le paure dello straniero, l’ignoranza verso il mondo che ci circonda, nonostante noi si sia travolti da un flusso continuo di informazioni. E se mancano momenti di confronto, se le istituzioni si dimostrano deboli, ecco sopraggiungere la diffidenza, l’angoscia. Per scacciarla siamo disposti a concedere perfino la cessazione dello Stato di diritto, fino al ritorno a pratiche che potevamo considerare superate, almeno, forse, a certe latitudini.

L’ennesimo studio dell’Acat, l’Associazione dei cristiani per l’abolizione della tortura, l’Ong ecumenica creata in Francia nel 1974 su decisivo stimolo e impulso del pastore valdese Tullio Vinay e poi diffusasi in tutto il mondo, rivela come la popolazione transalpina abbia mutato negli anni il proprio atteggiamento nei confronti delle azioni di tortura. Un sondaggio compiuto ad aprile di quest’anno su un campione di 1500 francesi ha restituito all’analisi dati inquietanti:

  • Il 36% degli intervistati si è detto disponibile ad accettare il ricorso alla tortura in circostanze eccezionali ( nel 2000 la percentuale era del 25%)

  • Il 54% è disposto ad accettare che una persona sospettata di preparare un attentato sia sottoposta a scariche elettriche ( nel 2000 erano il 34%)

  • Il 45% ritiene la tortura un valido strumento di prevenzione del terrorismo

«Nel contesto di un mondo in lotta contro il terrorismo è cresciuta la tolleranza verso le pratiche di tortura – ha commentato durante la conferenza stampa di presentazione dello studio il delegato generale di Acat Francia Jean-Etienne de Linares- . In circostanze eccezionali gli intervistati si dicono disponibili a sospendere le normali pratiche democratiche».

Di contro dal sondaggio emerge una scarsa conoscenza del “fenomeno” della tortura sia in termini di diffusione nel mondo che di vittime prevalenti. Ancora de Linares: «si ignora totalmente che nel mondo in pratica una nazione su due mette in atto una qualche forma di tortura, un numero elevatissimo, che invece si tende a credere assai minore, un retaggio del passato relegato nei confini dei regimi fondamentalisti o totalitari.

L’ampio rapporto dell’Acat, che si può consultare in lingua francese al seguente link contiene inoltre l’analisi della situazione relativa all’utilizzo o meno di pratiche di tortura in 9 paesi, Germania, Congo, Nigeria, Cina, Uzbekistan, Uruguay, Messico, Tunisia e Kuwait, e evidenzia lo sviluppo drammatico della tortura privata, ai danni dei migranti in fuga dalle proprie case e costretti a subire pure le estorsioni da parte di aguzzini che incontrano lungo il loro cammino di speranza.

«Nelle “case di tortura” che sono spuntate come funghi nel deserto del Sinai, il Sudan, in Libia, ma anche in Messico, vengono rinchiusi, torturati e derubati per l’appunto i disperati che scappano per tentare di offrire un futuro più umano ai loro figli, e che incontrano invece carnefici senza scrupoli che speculano su questa immane tragedia del nostro tempo» ha concluso de Linares. Dati su cui riflettere e che la politica dovrebbe avere la forza di comprendere a fondo, per evitare pericolosi ripiegamenti autoritari.

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