9 maggio: la festa di un’Europa mai finita

Perché celebrare (anzitutto da valdesi) il compleanno d’un tentativo ancora in corso

Esistono al momento tre Europe politiche. Esiste l’Europa degli Stati sovrani, i cui capi di governo siedono nel Consiglio europeo per decidere all’unanimità su questioni d’interesse continentale: è l’Europa intergovernativa, l’abbiamo vista durante il summit Ue-Turchia. Esiste l’Europa dell’abolizione delle dogane, del mercato unico, della politica agricola, di un potere sovranazionale genuinamente europeo, incarnato nella Commissione cui gli Stati membri hanno trasferito competenze e ceduto parte della loro sovranità: è l’Europa comunitaria, la vediamo quando si discute degli accordi commerciali conclusi dall’Unione con paesi terzi. Esiste infine, anche se è senza dubbio la meno sviluppata, un’Europa federale, che alla pari delle entità statuali non ha frontiere interne, possiede una sua moneta ed elegge un suo parlamento. Soltanto quest’ultima presuppone l’esistenza di un demos europeo, di una cittadinanza e di una democrazia sovranazionali.

Perché così tanti livelli d’integrazione? Qual è la ragione di questo caos? La risposta risiede nella Storia: «l’unione europea» (con la minuscola, intesa come processo) è un tentativo, ed è stata costruita mattoncino dopo mattoncino, a partire da uomini, concezioni e idee diverse. Gli scienziati politici e gli accademici sguazzano in questa complessità con le loro teorie antitetiche. Qui cerchiamo di farla semplice. Da una parte c’è la concezione funzionalista dell’integrazione: partiamo dall’economia, mettiamo insieme settori strategici e sull’onda dei successi materiali l’Europa politica verrà da sé. Era l’idea di Jean Monnet e del ministro degli Esteri Robert Schuman, due francesi che avevano visto con i loro occhi la guerra europea e che il 9 maggio 1950, nonostante la contrarietà della loro opinione pubblica, annunciarono che avrebbero delegato ad un’Alta autorità europea, embrione di quella che oggi è la Commissione, la produzione del carbone e dell’acciaio sul confine franco-tedesco. Nacque così la Comunità del Carbone e dell’Acciaio (Ceca), che a sentirne la sigla certo non scalda i cuori, ma che giustamente ogni anno celebriamo come primo atto della pacificazione definitiva tra Francia e Germania. Oggi che la Merkel dichiari guerra a Hollande non è solo impensabile, ma «materialmente impossibile»: i padri fondatori, pensatori funzionalisti, ebbero a loro modo ragione.

A fianco della concezione funzionalista ed economica dell’europeismo, esiste (ed è nato prima!) il progetto federalista. La battaglia di Altiero Spinelli mosse dalla medesima constatazione di Monnet – l’inevitabilità della guerra tra Stati nazione completamente sovrani – giungendo però alla conclusione, nutrita da buone letture inglesi divorate nelle carceri fasciste, che la federazione degli Stati Uniti d’Europa fosse l’unico progetto politico in grado di garantire la fine delle guerre europee. Di fronte al deficit democratico dell’Unione odierna e alla crisi dell’intero processo d’integrazione, i federalisti vengono solitamente additati come il fronte degli sconfitti: volevate una costituente europea, volevate l’esercito europeo, ed avete fallito. Tuttavia, se la spada rimane saldamente nelle mani degli Stati sovrani (ricordate i governi europei in ordine sparso durante le guerre di Bush?), la moneta si batte a Francoforte. Certo non per tutti i paesi – in tutti i campi l’integrazione è proceduta a diverse velocità, perché su base volontaria – ma ciò basta a comprendere come la teoria federalista non sia affatto morta, come continui ciclicamente a ripresentarsi proprio in frangenti di crisi – si pensi ad esempio alle recenti invocazioni degli Eurobond, o di un intelligence sovranazionale.

Se il federalismo non è morto, se l’Europa democratica di Spinelli anima ancora il dibattito sul nostro futuro comune, per festeggiare degnamente questa «strana unione mai finita», da queste pagine il ricordo non può che andare a Mario Alberto Rollier, un valdese che il federalismo l’ha visto nascere. In Italia lo sanno in pochi, ma il Movimento Federalista Europeo (Mfe) tenne la sua prima assemblea a Milano, nel salotto di casa Rollier. Era il 27 agosto 1943 (Badoglio non aveva ancora annunciato l’armistizio) quando in via Poerio 37 furono approvate le tesi politiche di un movimento trasversale, nato nel tentativo di permeare d’europeismo tutti i partiti del futuro arco costituente. Lo spirito federalista circolava già dal 1941, anno della redazione clandestina del Manifesto di Ventotene, ma solo dopo la liquefazione del confino fascista i federalisti riuscirono a darsi un programma e un’organizzazione. Ci aiuta a immaginare quei giorni lo splendido libro di Cinzia Rognoni Vercelli (Mario Alberto Rollier. Un valdese federalista, Jaca Book, 1991), che ricostruisce su fonti storiche quell’irripetibile cenacolo di resistenti per lo più azionisti. Insieme a Spinelli, Eugenio Colorni, Ernesto Rossi e Ursula Hirschman, arrivarono a casa Rollier Vittorio Foa, Leone Ginzburg, Manlio Rossi Doria, ed il «nostro» Willy Jervis. La riunione durò due giorni. Dopodiché Foa e Spinelli ripararono a Torre Pellice, dove vennero ospitati da Eric Rollier. Stando ai ricordi di Gustavo Malan, il primo discorso pubblico di Spinelli leader del Mfe si tenne a Torre, «nel retro della farmacia della signorina Maria Manassero»; in quegli stessi giorni Vittoria Foa imbastiva un comizio semipubblico nella stalla dei Chabriols.

A Bruxelles, sui vetri d’ingresso del Parlamento, il nome d’Altiero Spinelli si staglia argenteo. La prima volta che ci sono passato davanti non sapevo di questa dedica, da italiano mi sono commosso. La piovosa città fiamminga degli «eurocrati», è in verità costellata di nomi di resistenti: italiani, francesi, europei. Soltanto lo scorso marzo, per colpa degli attentati, i giornali italiani hanno imparato che la fermata del quartiere europeo si chiama «Shuman». Nessuno (ripeto: nessuno) ha colto l’occasione per ricordare a chi apparteneva quel nome: un politico nazionale che rese europee risorse energetiche che avrebbe potuto sottrare alla Germania sconfitta. Eccolo, dunque, il senso del 9 maggio: una data per ricordare insieme, da Torre Pellice a Bruxelles, Schuman, Spinelli e Rollier. Eroi del pensiero e maestri della politica. I padri fondatori della pace europea che ci ha reso liberi.

Foto: By Francois Schnell - http://www.flickr.com/photos/frenchy/3516112649/in/photostream/, CC BY 2.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=19077505

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