Nuovi scontri a Idomeni

L’intervista al fotografo Maurizio Cara, che ieri si trovava nel campo

Nella giornata di ieri, nuovi scontri tra migranti e polizia macedone hanno scosso la domenica del campo profughi di Idomeni, al confine tra Macedonia e Grecia. Ne parliamo con il fotografo Maurizio Cara, che si trovava e si trova ancora sul posto. In quel limbo di Grecia che è territorio europeo, dove sono stipate più di undicimila persone.

Com’è la situazione a Idomeni? Che cosa ha visto ieri?
«Partiamo dal presupposto che io sono qui per documentare la situazione dal punto di vista umanitario, lungi da me spettacolarizzare quello che vedo. Quello che è successo ieri è accaduto perché ieri mattina qualche scriteriato ha distribuito volantini dove si diceva che avrebbero aperto la frontiera. Duemila persone hanno impacchettato in tutta fretta tutto quello che avevano e si sono messe in fila per passare il confine. È stata una provocazione, uno scherzo di qualche idiota a causare gli scontri. Le persone, esasperate, si sono attaccate alle reti, al filo spinato, in risposta la polizia macedone ha cominciato a sparare lacrimogeni e proiettili di gomma (della dimensione di un pugno) contro chi gli andava incontro. È da lì che è partita la guerriglia».

Ci sono stati dei feriti?
«Certo, tantissimi. Anzitutto gli intossicati dai gas lacrimogeni, lanciati in mezzo alle tende. I bambini feriti non hanno fatto che aumentare la rabbia degli adulti. È stata un’escalation, gli scontri sono andati avanti fino alle sette-otto di sera, a ondate, a scaramucce. In serata la situazione si è calmata da sé. I rifugiati non avevano intenzioni belligeranti, volevano poter parlare con le autorità macedoni e a un certo punto si sono ritirati in modo pacifico. Dall’altra parte, la polizia macedone non ha fatto nulla per calmare la situazione, fino all’ultimo hanno lanciato fumogeni dentro il campo, che peraltro è territorio greco».

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Mi pare di capire che se l’aggressione, o la «difesa dei confini», è di parte macedone, i soccorsi sono di parte greca…
«I primi a soccorrere i feriti sono stati gli operatori di Medici Senza Frontiere. Ma il servizio di soccorso è fornito dai greci che si sono comportati in maniera impeccabile. C’è da ringraziare il fatto che la polizia e l’esercito greco non siano intervenuti, avrebbero solamente peggiorato le cose. Devo dire che qui i greci stanno facendo un lavoro straordinario. C’è un vero e proprio esercito di spazzini greci che passa tutto il giorno a pulire il campo, dove al momento ci sono undicimila persone. Qui a Idomeni i greci sono straordinari, non ho altre parole».

Quali sono le speranze di queste persone?
«Le persone sono da un lato rassegnate e dall’altro non capiscono perché l’Europa si stia comportando in questo modo. Dicono: “perché date i soldi alla Turchia? La Turchia per noi è come la Siria, significa tornare all’inferno”. Tutti quelli con cui parliamo ci fanno le stesse domande: “Perché avete chiuso i confini? Che cosa vi abbiamo fatto?”. Quando a chiedertelo è un bambino o una mamma incinta, è davvero difficile guardarli negli occhi. Non sai cosa dire: perché non li vogliamo? Non è comprensibile».

Quali sono le condizioni del campo?
«Molto difficili. Tra poche settimane, quando comincerà a fare caldo, la situazione peggiorerà. Non parliamo solo di malattie, ma di condizioni fisiche. Per fortuna in questo momento il cibo non è un problema perché i greci stanno facendo di tutto per non farlo mancare. La vita quotidiana si svolge tra una coda e l’altra, file infinite per mangiare qualcosa. Provate a immaginare di vivere dentro a una piccola tenda. L’acqua del campo viene dal sistema d’irrigazione dei campi, dunque non è assolutamente potabile, ma i bambini la bevono lo stesso. Nessun europeo, nessun italiano medio potrebbe sopportare questa situazione. Eppure questa gente riesce a farlo anche con il sorriso. Le persone che incontro mi invitano a prendere il tè. Lo scaldano su un fuoco accesso con i vestiti, con i copertoni delle macchine, non vi dico quant’è tossica l’aria per i fuochi che vengono accesi, per i materiali che vengono bruciati».

Per lavoro avrai visto e vissuto altre emergenze umanitarie. A Idomeni riconosci anche altre parti del mondo, o è una tragedia inedita?
«So che sto per dire una cosa forte, ma quello che vedo io qui è peggio della guerra. Fare questo significa tenere in prigione, in condizioni inumane, persone che da una guerra scappano per cercare una vita migliore. Su undicimila persone, ci sono duemila, tremila bambini. Se giri per il campo vedi solo loro, gli adulti sono in coda, le donne lavano i panni. Cammini e vedi solo bambini. E noi europei li stiamo tenendo lì. È un’assurdità».

Foto Maurizio Cara

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