Come in una foresta

Le moschee a Milano saranno belle e diverranno luoghi di unione e di incontro, in armonia con lo spazio circostante

Sappiamo che l'integrazione islamica in Italia è in divenire. La percezione che ne abbiamo è senz'altro falsata da messaggi mediatici ambigui ma il lavoro va avanti biunivocamente e passa attraverso il riconoscimento di un bisogno: quello di avere spazi per l'incontro. In Lombardia i luoghi di preghiera sono angusti e marginali, ma sono stati presentati dei progetti per la costruzione di nuove moschee di cui il Caim, Coordinamento delle Associazioni Islamiche di Milano Monza e Brianza, si fa portavoce.

Il Caim è una realtà che riunisce una ventina di realtà islamiche già presenti sul territorio, tra cui l'Aim, Associazione Islamica di Milano che ha sede a Cascina Gobba, la Bangladesh Cultural &

Welfare Association e altre realtà che non hanno delle sedi, come la sezione milanese dei Giovani Musulmani Italiani o l'associazione delle Donne Musulmane Italiane. Il Caim cerca di mettere insieme tutto quello che è il variegato mondo presente sul territorio milanese e della provincia di Monza e Brianza, riunendo diverse culture all'interno di quella che è un'unica fede: quella islamica.

Ce ne parla Reas Syed, consulente legale per il Caim.

Quando si parla di luoghi di culto in Lombardia viene in mente quello che riguarda la famosa legge anti moschee, qual è la situazione oggi?

«Come tutti sanno, la legge ormai è stata bocciata dalla Corte Costituzionale anche se non abbiamo ancora letto le motivazioni. Quando è stata promulgata abbiamo subito chiesto un'audizione alla Regione per segnalare i profili di incostituzionalità che la legge palesava. Sostanzialmente si rendeva impossibile, chiedendo una serie di criteri sconclusionati, la costruzione di un luogo di culto per i musulmani. Ovviamente il Caim è ben consapevole dell'esigenza di avere dei luoghi riconosciuti e riconoscibili, anche perché stiamo parlando di una comunità di 400.000 musulmani all'interno della regione Lombardia di cui 120.000 a Milano. Ad oggi in città non c'è un solo luogo che possa chiamarsi moschea dove i musulmani possano andare a pregare. È un'esigenza reale di fronte alla quale un'amministrazione dello Stato italiano ha adottato un atteggiamento palesemente discriminatorio. Il Caim a suo tempo aveva chiesto di impugnare questa legge, cosa che il Governo ha fatto e per questo ora aspettiamo di vedere le motivazioni della sentenza per capire in che modo è possibile operare per creare dei luoghi di culto riconosciuti e riconoscibili».

Ci sono già i progetti per queste nuove moschee?

«Certo, i progetti ci sono e sono passati da una fase competitiva a una successiva che ha richiesto una ampia apertura delle associazioni islamiche, un percorso di trasparenza per rispondere a tutta una serie di esigenze importanti che l'amministrazione di Milano aveva richiesto, tra cui la possibilità di avere i sermoni tradotti in italiano e di rendere tracciabili tutti i finanziamenti che avrebbero sostenuto i progetti. Nella realtà è stato fatto molto più del richiesto dall'amministrazione, per esempio si è fatto un progetto bello.

Nessuno si aspettava che i musulmani volessero una moschea bella e invece i progetti presentati evidenziano questo: come l'aspetto estetico e l'aspetto artistico siano una cosa cui noi teniamo tantissimo. L'idea di avere nella nostra città dei luoghi di culto belli che diventino anche un'attrazione turistica è quello che ci spinge ad andare avanti nella convinzione che sia importante avere queste moschee».

Quanto è importante l'aspetto e la struttura della moschea in rapporto all'ambiente che gli sta intorno?

«È assolutamente importante e sono aspetti sui quali abbiamo ragionato tantissimo. È un'esigenza per permetterci di superare la realtà degli scantinati in cui oggi ci si ritrova a pregare. Vogliamo luoghi che siano anche rispettosi dell'ambiente circostante. Per esempio l'abbattimento di una struttura come il Palasharp, dove già oggi ci si riunisce per la preghiera, che è pericolosa, pericolante e soprattutto abusiva, è un costo che sosterrebbe la comunità islamica per introdurre in quel contesto un progetto che si sposa con l'ambiente circostante. Alcuni analisti che hanno valutato e visto il progetto hanno commentato che sembra quasi di entrare in una foresta perché il progetto della moschea richiama quelli che erano i luoghi di culto arcaici: degli spazi ricavati in contesti circondati dalla natura».

In questi progetti come viene affrontato il rapporto tra uomo e donna nel luogo di culto e l'incontro con le altre fedi?

«Sono due aspetti importantissimi. C'è lo spazio di preghiera condiviso tra uomini e donne, c'è l'ingresso riservato ai bambini ai quali si vuole insegnare, nel percorso della fede, a camminare da soli, e a fare scelte in autonomia. Non ci devono essere costrizioni nella religione neanche per i minori. Soprattutto vogliamo dare la possibilità di tornare alle origini della religione e quindi sviscerare e liberarsi dai condizionamenti culturali di questo o di quell'altro paese».

Ad ascoltare i media sembra che l'integrazione sia molto lontana. La realtà della città di Milano è rappresentata da quella visione?

«No, io credo che i media si limitino a raccontare ciò che è patologico, invece il fisiologico va avanti senza nessun problema. Per richiamare l'immagine evocata prima: nella foresta fa più rumore un albero che cade piuttosto che tutta la foresta che cresce».

Un video del Caim che racconta l'attesa della moschea

Foto: chidioc via Pixabay

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