25 anni dopo, i frutti dell’accoglienza

La storia degli albanesi in Italia ci insegna che ieri come oggi la sfida è rimanere umani

«Nel porto sudicio e infangato c’è un odore indefinibile di umanità. Qui sono tutti sporchi, di un sudiciume che non può essere quello di due o tre giorni di viaggio, pur in quelle condizioni. Si sono già registrati dei casi di scabbia. I poliziotti che pattugliano hanno delle maschere davanti alla bocca e guanti sanitari. Qualcuno dorme avvolto nei teli trasparenti di nylon che gli hanno dato per ripararsi dall’umidità della notte. Ci sono dei carri bestiame dove a decine sono ancora stipati mentre alcuni, con lo sguardo nel nulla, lasciano penzolare i loro piedi nudi seduti là dove la porta scorrevole è aperta. Solo una fontanella e la folla si accalca per bere e riempire, chi l’ha trovata, qualche bottiglia di plastica abbandonata da antichi turisti. Mi viene un magone per lo sgomento e l’impotenza».

Sembra una descrizione del campo profughi di Idomeni, o di Calais. Ma non è la Grecia, non è la Macedonia, non è la Francia. Non è oggi. Siamo in Italia, è il marzo 1991. E sulle pagine de La Luce il pastore Odoardo Lupi racconta quanto ha visto tra Otranto e Brindisi, dove sono appena giunti 27.000 migranti albanesi. L’articolo s’intitola «Un dramma che ci riguarda». Parole solidali, cariche d’umana preoccupazione; parole rivoluzionarie, dopo mezzo secolo di guerra fredda, d’oblio. Perché l’Albania – ex colonia fascista, di cui un Savoia era stato Re – scomparve dall’immaginario dell’Italia democratica e costituzionale. Il crollo del comunismo sembrò restituirci la geografia, e gli albanesi ci risvegliarono «paese d’immigrazione». Sì, in Italia il muro di Berlino cadde in Puglia. Qualcuno se lo ricorda?

Massimo Aprile, che nel 1991 era pastore alla chiesa battista di Mottola (Ta), ritorna così a quei giorni concitati: «Fu un’avventura. Le nostre chiese – la valdese di Brindisi, le battiste di Mottola e Bari – erano senza mezzi, ma si mobilitarono. Ricordo che in quel periodo instaurammo legami d’amicizia e di comune testimonianza con don Tonino Bello, che in agosto, dopo l’attracco della nave Vlora al porto di Bari, si spese insieme a noi contro la chiusura dei migranti nello Stadio della Vittoria».

In marzo, prima che l’«apocalisse mediatica» scatenata dalla nave Vlora legittimasse la durezza del governo centrale, l’allora pastora di Bari Gianna Sciclone aveva già intuito la tensione politica che accompagna ogni sforzo d’accoglienza tra le nazioni. Intervistata sul «Progetto casetta» che si cercava d’impostare su un terreno donato alla Tavola valdese, Sciclone affidava a La Luce le proprie perplessità sul diverso punto di vista dei poteri pubblici: «In Prefettura ci è stato promesso aiuto, ma successivamente si sono allarmati: a quanto pare non sono favorevoli a questa “diffusione” di albanesi sul territorio; piuttosto vorrebbero concentrarli in grandi campi per controllarli meglio; dopo di che la loro sorte sarà legata ai trattati internazionali (si tratta di stabilire se e in quanti sono rifugiati politici a tutti gli effetti, se potranno indirizzarsi anche verso altri paesi, se in parte dovranno tornare in Albania). Sembra che si stia ostacolando un po’ dappertutto il volontariato, che invece è stato molto disponibile: ho notizia che in ogni realtà cittadina, da Molfetta a Corato, gli albanesi sono accolti bene, la gente dialoga con loro».

Rilette con il senno di poi, le parole di Sciclone suonano profetiche rispetto alla rigida strategia «concentratoria» che di lì a pochi mesi il governo avrebbe applicato, ma soprattutto si rivelano sempre attuali, perché – i corridoi umanitari, attivati dalla Federazione delle chiese evangeliche in Italia e dalla Comunità di S. Egidio con il concorso dell’otto per mille valdese, sono lì a dimostrarlo – in materia d’immigrazione nulla di concreto è possibile senza la cooperazione tra volontari e Stato. Oggi i mezzi delle nostre chiese sono superiori, la Diaconia valdese e la Fcei hanno affinato un vero e proprio metodo d’accoglienza; per contro, nel paese, l’afflato civile sembra essersi indebolito. «La storia insegna che la storia non insegna niente – argomenta, amaro, Massimo Aprile –: oggi però è peggio, perché al tempo lo slancio della gente comune fu enorme. Noi, senza farci belli, avemmo il coraggio di aprire la porte della chiesa di Mottola e di accogliere degli albanesi, ma a questo gesto seguì la partecipazione della gente del paese, ventimila anime che si affiancarono a noi, con aiuti in viveri. Quella certa verginità che c’era allora oggi non c’è più. Registro più diffusamente e, spiace dirlo, anche in parte della nostra comunità, un maggiore distacco. L’accoglienza è talmente dirimente per il nostro dirci cristiani che un’opposizione aperta non si manifesta, però io nelle persone non ritrovo lo slancio di allora».

Nell’ultimo anno, la tragedia geopolitica della Siria, trasformata dalle potenze mondiali in «discarica per la guerra», ha riacceso i riflettori sui Balcani: dove vent’anni fa si dissolsero Jugoslavia e Albania socialista, oggi passano nuove migrazioni mediterranee. In questo contesto, la memoria di un’esperienza recente è un esercizio che potrebbe risultare utile. Eppure stentiamo. Stando a un’indagine condotta dalla Fondazione «Leone Moressa», i temi legati all’immigrazione cui la stampa italiana garantisce copertura sarebbero soltanto quattro: sbarchi illegali, cronaca nera, criminalità e proteste politiche. In una parola: «emergenza».

Ma gli albanesi fuggiti dal comunismo sono qui da un quarto di secolo: che cos’hanno fatto nel frattempo, chi sono diventati? Saper rispondere a queste domande significa poter rispondere a chi, oggi come allora, si oppone con facili argomenti alla faticosa semina dell’accoglienza, a chi ignora il lavoro e la pazienza che c’è dietro ogni frutto maturo. Di fronte a un’attualità che ci annichilisce con nuove tragedie, la consolidata integrazione degli albanesi avrebbe invece tanto da insegnarci: non soltanto sul senso dell’accoglienza, ma su noi stessi, sui nostri limiti e sui nostri meriti. Dopotutto, di fronte allo stesso mare, il dilemma politico da sciogliere e la risposta cristiana da mettere in campo non sono diversi da venticinque anni fa. Quando Odoardo Lupi scioglieva il suo «magone» in queste parole: «Oggi nel fondo di Repubblica Miriam Mafai afferma che “l’idea che le porte debbano venire aperte a tutti coloro che bussano attiene al Vangelo, non alla politica”. Nel suo distinguo letterario e politico la scrittrice è piena di umana saggezza. Ma l’Evangelo non è poesia di cui si possa ammirare solo la bellezza estetica, perché l’Evangelo è vita che nasce dalla vita».

APPROFONDIMENTO: Gli albanesi in Italia oggi

Foto: Di Luca Turi - http://www.apuliafilmcommission.it/wp-content/uploads/La-nave-dolce.jpg, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=36002053