Prosegue il dibattito sul comune unico in Val Pellice

Cambiare si può, ma come? Tornare ad essere inventivi o creativi

La stampa locale ha dato notizia del ventilato progetto Comune – Val Pellice, che darebbe luogo, qualora fosse realizzato, a una unica realtà comunale dell’intera valle. Non è la rivoluzione: la vita amministrativa di un territorio è in costante cambiamento, siamo passati dall’essere sudditi dei conti di Luserna al Regno di Sardegna, alla provincia del regno d’Italia, alla Repubblica; tutto è possibile si tratta solo di sapere perché e come si cambia.

Sarebbe utile che prima di decidere riguardo al futuro gli abitanti della val Pellice si guardassero alle spalle e leggessero il loro passato (magari organizzando per questo un convegno pubblico) per valutare le esperienze degli ultimi decenni. La nostra valle infatti è stata in due occasioni in anticipo sui tempi, inventando e non importando iniziative. Abbiamo anticipato le Comunità montane creando, su iniziativa del sindaco di Torre, Augusto Armand Hugon, il Consiglio di Valle, che ha permesso alla Comunità di funzionare appena varata la legge; successivamente abbiamo realizzato negli anni ’70, avvalendoci delle strutture in loco, un sistema sociale efficiente che faceva scuola.

Avremmo potuto trasformare la Comunità montana in una struttura moderna, non molto diversa da quella che si progetta ora, realizzando per la terza volta una realtà innovativa, ma questo non è accaduto per molti motivi, primo fra tutti l’arroccarsi dei Comuni sulla propria autonomia.

Serbo, come consigliere, il ricordo di Consigli notturni stressanti, sotto la presidenza dell’avv. Cotta Morandini, spesi in polemiche e scontri sul nulla, mentre sarebbe stato possibile creare il futuro. Esattamente come accade oggi in Europa, dove le istituzioni europee non contano poco o nulla perché le decisioni sono quelle dei capi di governo, così la Comunità in pratica ratificava le decisioni dell’assemblea dei sindaci, che difendevano il loro territorio. Il problema stava nel carattere autoreferenziale dei Comuni, nella paura che l’altro rappresentasse una minaccia, una limitazione.

Tornando al perché e come. Da quello che leggiamo il progetto del «Gran Comune» sarebbe efficace non solo perché creerebbe una realtà amministrativa più efficiente, ma perché beneficerebbe di finanziamenti, sgravi fiscali, agevolazioni. Si può ipotizzare di risollevare il tenore di una zona depressa come la nostra con una iniezione di euro? Sono i finanziamenti che scarseggiano o il coraggio, le idee, l’impegno?

Vedendo invece la realtà dal punto di vista del «come» cambiare. È evidente che il Comune come realtà amministrativa va ripensato, tenendo conto però del fatto che, nella cultura alpina e italiana, le identità locali sono molto più forti che in altri paesi e nelle grandi strutture le periferie sono inevitabilmente emarginate. La stessa Germania, che aveva realizzato nel dopoguerra strutture territoriali accorpando Comuni, dovette successivamente ricredersi.

Quella che va estesa e reinventata è certamente l’area dei servizi, per cui vivi dove sei, ma con i vantaggi di tutti. Forse il «Gran Comune» è in certi casi la soluzione ottimale; per noi della val Pellice, appellandosi alla tradizione molto particolare di cui si detto, varrebbe la pena percorre una strada diversa, quella di una Associazione di Comuni in chiave moderna (da inventare, perché no?) e per questo occorrono ancor prima degli euro, idee, progetti, e l’unione di tutti.

Foto Rbe