Telefono senza fili

Il complicato mestiere della comunicazione religiosa

“Non dite a mia madre che faccio il giornalista... Lei mi crede pianista in un bordello”. La versione originale, di Jacques Séguéla, era con “il pubblicitario”, ma mi viene spesso voglia di adattarlo al mestiere di chi – come me – si occupa di informazione. Mi è successo di nuovo, per l'ennesima volta, dopo aver seguito la vicenda in qualche modo tragicomica della risposta del Sinodo valdese alla richiesta di perdono di papa Francesco. Come tutti i frequentatori di questo sito penso sappiano, un autorevole quotidiano (cartaceo e on line) ha completamente capovolto il senso del messaggio del Sinodo: invece di dare giustamente rilievo al desiderio della Chiesa valdese di inaugurare, d'ora in avanti, una “storia nuova” con la Chiesa cattolica, ha messo in primo piano ciò che nel messaggio era un inciso marginale – peraltro tecnicamente ineccepibile – che diceva, in pratica, che noi non possiamo perdonare le offese che altri hanno subito.

Lo stravolgimento del senso della notizia (ruvida chiusura all'offerta del papa, invece che – come è stato in verità – massima apertura) ha dato avvio, come spesso capita in questi casi, a uno stralunato gioco del telefono senza fili, in cui anche da parte cattolica qualcuno ha reagito malamente di fronte all'ipotetico (e falso) arroccamento valdese. Se non fosse stato un tema serio, sarebbe sembrato uno sketch dei tre vecchietti interpretati da Aldo, Giovanni e Giacomo.

Come e perché è successo questo ambaradam? Di chi è la colpa? Si è trattato di una scelta voluta, quasi un complotto ideologico? O è stata solo superficialità e scarsa competenza? Dall'alto delle scemenze che, nella mia carriera di giornalista, mi è capitato di scrivere, vorrei dire che alla fin fine non importa: di sicuro è stato un errore, come ne capitano a tutti, e non una volta sola nella vita purtroppo. E chi non ha mai peccato – in qualunque mestiere – scagli la prima pietra.

La mia non è una facile auto-assoluzione della categoria dei giornalisti, tutt'altro. Varrebbe, anzi, la pena aprire un ampio dibattito sulle difficili sorti dell'informazione religiosa (e dell'informazione tout court) in Italia, ma non è questo il luogo e non c'è neppure lo spazio. Semmai, mi pare interessante rilevare che il mondo valdese, pur avendo precisato e corretto, non abbia drammatizzato. D'altronde temo non sia stato raro, nella storia della minoranza protestante, il fatto di aver subito una presentazione erronea o totalmente stravolta. E oggi, nell'era della comunicazione globale, tocca metterlo in conto sempre di più. Come direbbe Nino Manfredi, “ah more', la vita è 'na lotta”. Un buon insegnamento ecumenico, anche per la Chiesa cattolica.

Foto Anna Lami