La famiglia TenClay in missione a Napoli

Da quasi un anno sono a Portici. Intervista al pastore riformato Timothy TenClay

Circa un anno fa la famiglia TenClay - formata da Thimothy, JJ, Sophia e Petra - ha lasciato un paesino tranquillo nella zona ovest di New York per trasferirsi in Italia… nel Sud Italia: precisamente a Portici, cittadina in provincia di Napoli, dove la presenza metodista era conosciuta sul territorio attraverso l’importante opera di servizio e testimonianza evangelica compiuta a favore dei fanciulli da «Casa Materna». I Tenclay sono venuti in Italia per svolgere un progetto missionario frutto di un accordo tra la American Waldensian Society e l’Unione delle chiese valdesi e metodiste in Italia. Per saperne di più abbiamo incontrato il pastore Timothy TenClay.

Sono nato nello Stato dell’Iowa (Usa), paese prevalentemente di agricoltori. Ho studiato prima presso l’Università dell’Iowa, poi sono andato al seminario della chiesa riformata nel Michigan dove ho studiato musica e religioni. Ho lavorato per 10 anni come pastore in una chiesa del Michigan, in seguito ho svolto un dottorato a Chicago in worship e spirituality. Con la famiglia poi ci siamo trasferiti in un paesino nella parte ovest di New York, dove siamo rimasti quattro anni. Nove mesi fa, infine, siamo arrivati in Italia.

Siete arrivati a Napoli per svolgere un lavoro missionario specifico. Ce ne parla?

In particolare il lavoro missionario riguarda mia moglie JJ che è una missionaria della chiesa riformata americana. In quanto assistente sociale, JJ sarà coinvolta specificamente nel lavoro con i migranti, in questo particolare momento di crisi. Io invece, mi occupo della conduzione della chiesa metodista di Ponticelli (Na) e di quella evangelica di Portici.

Il contesto in cui siete stati chiamati a svolgere il vostro ministerio è tra i più difficili del napoletano. Qual è stata la vostra prima impressione appena arrivati dall’America?

Portici non è una cittadina caotica come Napoli, e pian piano impareremo sempre più a conoscere e comprendere anche Ponticelli. In generale, ci piace molto il Sud, Napoli, l’Italia e la lingua, nonostante sia un po’ difficile, la stiamo sempre più imparando… La gente è molto gentile soprattutto qui a Napoli. Anche le due chiese che curo ci piacciono molto: sono piccole ma accoglienti. Certamente ci sono state delle difficoltà legate, ad esempio, alla lingua, ai documenti, alla cultura differente, ma siamo contenti.

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È quasi un anno che siete a Napoli. Qual è bilancio di questo primo anno di lavoro?

È stato difficile ma, speriamo, vada sempre meglio. Le difficoltà maggiori, come ho già detto prima, sono soprattutto la lingua, la cultura e i documenti. L’apprendimento della lingua, in particolare, ci richiede molto impegno, speriamo migliori sempre più in modo da poterci dedicare al lavoro e – per quanto riguarda le bimbe - alla scuola, senza fatica. Le nuove esperienze sono così, questa è la realtà…

Quali sono le prospettive future?

Il mio lavoro è in un certo senso più semplice, io faccio il pastore. Certo, precedentemente ho avuto in cura solo una chiesa, qui invece - essendo pastore della chiesa di Ponticelli e quella di Portici - devo imparare come svolgere la cura pastorale contemporaneamente in due contesti differenti, ma sto imparando! Il mio lavoro, dunque, è quasi uguale a quello che svolgevo: con la preparazione dei culti, delle liturgie, delle visite pastorali, cambia naturalmente la lingua e il contesto nel quale opero. Diverso invece è il discorso per JJ che è venuta in Italia con un progetto che si sta ancora definendo; al momento svolge servizio presso l’ospedale evangelico Villa Betania, a Ponticelli, dove è impegnata nelle attività rivolte agli immigrati.

La vostra è una famiglia pastorale. Insieme a voi ci sono le due piccole: Sophia, di 9 anni, e Petra di 5. Cosa dicono le bambine di questa esperienza italiana?

Per loro tutto è andato quasi bene. Certo, c’è un po’ più di stress nel sistema italiano. Per Sophia questo è il terzo trasferimento che vive: anche lei ha lasciato i suoi amici di scuola in America. Per Petra invece è diverso perché ha cominciato la scuola qui, vicino a casa, ed è una scuola buona con insegnanti bravi. In particolare, Petra è orgogliosa del suo “napoletano”, lei pensa proprio di essere napoletana! Sofia è un po’ più timida ma anche per lei la scuola è andata bene e speriamo che l’anno prossimo vada meglio. A loro piace l’Italia! La comunità e i nostri vicini di casa poi sono molto carini con noi: è molto importante per noi avere questi punti di riferimento e ringraziamo Dio per questo. Speriamo di passare tanto tempo qui in Italia!

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