Giuseppe Petrelli, da avvocato a pastore e saggista

Una figura singolare nel panorama del pentecostalesimo italiano e americano

Il libro dedicato a Giuseppe Petrelli è molto interessante* perché è il punto di arrivo di una lunga ricerca di Carmine Napolitano, preside della Facoltà pentecostale di Aversa, su un personaggio importante della galassia pentecostale agli inizi del movimento. Ripensare a Petrelli oggi, a parer mio, può essere utile sia ai pentecostali italiani, perché potrebbero riscoprire qualche importante punto di riferimento; sia ai protestanti storici, perché potrebbero scoprire che il pentecostalismo non è solo un movimento popolare con grande spinta emozionale, ma è uno dei modi con cui il Signore ci spinge a ricordare alcuni dei grandi temi del Cristianesimo, come la funzione dello Spirito Santo nella Chiesa, il che è sempre rimasto in ombra nell’occidente cristiano.

Giuseppe Petrelli, nato nel 1876 in un paese della Basilicata, era diventato, a fine secolo, un brillante avvocato; si convertì al protestantesimo e si battezzò nella Chiesa battista di Napoli nel 1905. L’anno dopo partì per gli Stati Uniti per diventare pastore di una delle numerose chiese italiane negli Usa che, oltre alla predicazione del Vangelo, avevano anche una funzione sociale per gli emigrati. Petrelli si accinse al suo compito di pastore con profonda serietà e severità riconducendo la chiesa in cui era impegnato alla sua autentica missione: l’annuncio del Vangelo. Egli era dotato di una vasta cultura laica e teologica; grande lettore, conosceva i padri della chiesa così come le più recenti correnti teologiche.

In quegli anni, proprio negli Stati Uniti nasceva il Movimento pentecostale. Petrelli frequentò qualche riunione e si convinse che il Pentecostalismo aveva il compito di riportare agli occhi della Chiesa cristiana il ruolo dello Spirito Santo, negletto nella chiesa occidentale, cattolica e protestante. Lasciò il pastorato battista, ma non assunse alcun incarico pastorale nel Movimento pentecostale cui aveva aderito senza rinnegare, però, la precedente esperienza. Nei primi anni compì frequenti viaggi di tipo missionario negli Usa, in Argentina e in Brasile, finché nel Movimento pentecostale sorse una disputa sull’obbligo dell’astinenza dalle carni di animali soffocati e dal sangue, in riferimento alle decisioni del cosiddetto Concilio di Gerusalemme (Atti cap. 15). Petrelli prese una posizione contraria a una interpretazione letterale della Scrittura attirando su di sé le critiche di coloro che volevano rispettare il divieto. Egli allora prese a diradare i suoi viaggi tra le chiese pentecostali, dedicandosi a una proficua attività di scrittore che durò fino alla morte. Non mancarono i gruppi e le persone che si dichiararono suoi discepoli e che vengono citati con precisione da Napolitano.

Molto riservato, al punto di pubblicare libri senza il nome dell’autore, Petrelli cercò di mantenere contatti con tutti, dentro e fuori del mondo pentecostale. Invitava pertanto, i pentecostali a valorizzare i doni da loro riscoperti, con discernimento, identificando in essi alcuni dei tanti richiami dello Spirito Santo nella vita della chiesa; e invitava i protestanti storici a non escludere dalla propria esperienza i carismi presenti all’alba del Cristianesimo. Aveva, infatti, una mentalità molto aperta a quello che oggi chiamiamo ecumenismo. Ne fa fede, ad esempio, il suo interesse per l’esperienza del cardinale Newmann. Egli esaltava così il valore della Scrittura, ma ricordava che il letteralismo impedisce di cogliere il significato spirituale del testo biblico. Prevedeva che la povertà ecclesiologica del movimento potesse portare, da un lato, a un pernicioso frammentarismo, e, dall’altro, alla creazione di strutture troppo accentratrici.

Molto argutamente Carmine Napolitano ha affidato l’introduzione del suo pregevole saggio al pastore Mario Affuso che, di provenienza pentecostale, è da sempre aperto ai valori della Riforma protestante, è membro della Federazione delle Chiese evangeliche e dedito allo sviluppo dei rapporti ecumenici e del dialogo interreligioso, pur non avendo mai trascurato lo studio della pneumatologia, che ancora lo impegna. Nella sua introduzione, Affuso inserisce interessanti particolari autobiografici che dimostrano il rilievo che il pensiero di Petrelli ha avuto nella sua personale esperienza e, in modo a mio parere profondamente condivisibile, egli si augura che i vari temi pentecostali affrontati in questo volume, possano favorire la rivisitazione di una «pneumatologia complessiva», anche alla luce dei nuovi fermenti espressi a partire dal Concilio Vaticano II.

Concludendo, credo di poter affermare che questo saggio è ricco di stimoli ma anche di facile lettura.

* C. Napolitano, Giuseppe Petrelli, teologo pentecostale delle origini. Aversa, Fondazione Charisma Edizioni.

Foto P. Romeo/Riforma

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