Uscita17: dalla capitale un fresco vintage rock

Con Solo Buone Notizie i romani Uscita17 confezionano un ottimo lavoro di rock ed elettronica un po' anni novanta ma molto convincente

Gli Uscita17, sono una formazione romana che prende spunto dal rock degli anni novanta, quel rock che per forza di cose aveva subìto il martellante tormentone del pop degli anni ottanta e che già avvertiva la malinconica nostalgia degli anni settanta.  Questo è solo il punto di partenza dal quale Federico ed Emanuele Tacchia, Gabriele Gavazzi, Luigi Leggio e Carlo Moscatelli decidono di iniziare, capendo però che da subito le cover non potevano essere le uniche cose che si dovevano suonare.

Cinque musicisti che ascoltano cinque cose diverse, e che dal 2006 prendono coscienza del proprio progetto ed iniziano a realizzare materiale originale, unendo ad una base rock un po' vintage molta elettronica, una vena di cantautorato, sicuramente l'orecchiabilità del pop e poi il coraggio di soluzioni anche po' fuori dagli schemi.

L'evoluzione dello stile degli Uscita17 parte con un primo EP, che inizia a saggiare il terreno, offrendo un sound acerbo, che poi evolve naturalmente, con spontaneità, raffinando due direttive che nel progetto rappresentano i pilastri fondamentali, il rock ed i suoni sintetici, stringendo le maglie del tessuto nel quale sono legati, asciugando molto la miscela, ottenendo un fluido denso e bollente.

Con l'ultimo album Solo Buone Notizie, gli Uscita17 offrono un suono molto secco, ben stretto nei ranghi, dove il rock è il protagonista principale e balla con l'elettronica finalmente domata ed utilizzata con intelligenza, senza accessi, ma senza vergognarsene, sporcando dove è necessario, incastrando plastica e metallo in un mosaico che racconta di una generazione tradita dal futuro, lasciata sola, eppure ancora volenterosa di vedere un domani migliore.

Sempre in bilico tra ottimismo e disillusione, Solo Buone Notizie è rabbioso, istintivo, ma non si lascia mai andare ad eccessi di ira fine a sé stessa, ma piuttosto fotografa con cinismo un mondo nei quali gli spazi per crescere non sono concessi a nessuno, ma devono essere strappati al nulla imperante. Un lavoro spigoloso e sagace, che con i vocoder e gli echi strizza l'occhio ai fasti del passato per immaginare un nuovo futuro, anche in musica.