Forte e chiaro

Una riflessione a margine dell’intervento di papa Francesco su carcere ed ergastolo, terreno di impegno per tutte le chiese cristiane

No alla pena di morte, no all'ergastolo, no all'abuso della carcerazione preventiva, stop alla tortura rappresentata dai regimi di "carcere duro" e alle inumane condizioni di vita e di lavoro nelle carceri: le parole del papa sul tema della giustizia (non quella divina, ma quella umana che spesso diventa disumana, anche in Italia) non hanno trovato sui media lo stesso spazio di altre esternazioni meno importanti, almeno a giudizio di chi scrive. A ogni modo, rappresentano un terreno di lavoro e di impegno concreto ed ecumenico per tutte le confessioni cristiane (e, magari, per tutte le realtà religiose) in difesa dei diritti della persona umana anche e soprattutto quando è ristretta in carcere. Uno spunto da non lasciare cadere: le cose che Francesco ha detto con forza e chiarezza dobbiamo dirle anche noi protestanti con altrettanta forza e chiarezza, cercando di costruire un fronte comune  perché l'annuncio dell'Evangelo della grazia e della liberazione sia reso concreto anche con la "liberazione" dei detenuti da trattamenti inumani e degradanti per i quali da anni l'Italia è nel mirino della Corte europea dei diritti dell'uomo.

Il papa che punta il dito contro la pena di morte è un fatto confortante, ma abbastanza scontato. Papa Francesco, però, ha il merito di non essere mai troppo scontato ed ecco che allora il pontefice non esita a criticare anche la pena dell'ergastolo («una pena di morte nascosta») parlando all'Associazione internazionale di diritto penale. Un discorso ad ampio raggio, dunque, ma è chiaro che in questo caso (a differenza della pena capitale) il traballante sistema giudiziario italiano e il legislatore sono chiamati in causa direttamente, perché l'ergastolo è uno strumento in contrasto con il fine rieducativo della pena sancito nella Costituzione (che non è affatto la più bella del mondo, ma contiene principi importanti) e soprattutto esclude la possibilità di redenzione e reinserimento nella società di chi ha sbagliato, possibilità nella quale una chiesa cristiana non può non credere.

Bergoglio, però, va oltre ed ecco che l'Italia è chiamata in pieno in causa. Non da sola, è ovvio, ma quando Francesco critica la drammatica e inumana situazione delle carceri (tra sovraffollamento e precarie situazioni igienico-sanitarie) e quando mette anche la carcerazione preventiva tra le pene illecite e occulte («al di là di una patina di legalità»), il nostro Paese è certo tra quelli chiamati in causa. Stesso discorso quando condanna la reclusione in carceri di massima sicurezza che rappresenta, in certi casi «una forma di tortura» e il pensiero non può non correre al regime del 41bis, il cosiddetto "carcere duro" che priva i detenuti ritenuti più pericolosi dei più elementari diritti e che, per esempio, continua a essere applicato anche a una persona ormai incapace di intendere e di volere e in condizioni drammatiche (fermo da più di due anni su un letto, si nutre con un sondino nasogastrico, pesa 45 chili e l'encefalopatia ha praticamente "annullato" il suo cervello) come Bernardo Provenzano.

Insomma, per farla breve, il capo della Chiesa cattolica romana parla ai giuristi di tutto il mondo di temi trasversali ai vari sistemi penali e di alcune specificità (ad esempio la cosiddetta extraordinary rendition di sospetti terroristi verso altri Paesi, che il papa ha descritto come una pratica di «trasferimento illegale in centri di detenzione dove è praticata la tortura»), ma molto anche a politici e magistrati di casa nostra perché nel sistema giudiziario italiano ci sono aspetti che negano i diritti e l'umanità alle persone detenute e, sovente, anche a chi è costretto a lavorare in carcere in condizioni assurde.

La negazione dei diritti delle persone detenute deve essere un "problema" da affrontare per una chiesa cristiana e su questo terreno i protestanti italiani sono impegnati in varie iniziative importanti e lodevoli. L'intervento di Bergoglio, però, forse ci dà l'occasione per un salto di qualità, una presa di posizione ferma e decisa contro le storture del nostro sistema giudiziario e carcerario, un'iniziativa ecumenica di tutto il mondo cristiano (e non solo, se possibile). Dicendo con più forza, per esempio, che indulto e amnistia sono strumenti essenziali per uscire dalla tragica situazione dell'affollamento carcerario che gli ultimi provvedimenti governativi hanno attenuato solo leggermente. 

Su questi temi ho trovato interessante e largamente condivisibile l'intervento di Francesco Sciotto (coordinatore del gruppo di lavoro sulle carceri della Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia) pubblicato sulla newsletter del 24 ottobre. Tuttavia, quando Sciotto dice che indulto e amnistia «non sono iniziative che possono essere prese da sole, va fatto qualcos’altro per evitare un ritorno alla delinquenza e offrire dei percorsi di emancipazione», non mi pare colga del tutto la questione. Perché è verissimo che indulto e amnistia non bastano, ma senza di essi quel «qualcos’altro per evitare un ritorno alla delinquenza e offrire dei percorsi di emancipazione» resta impossibile da realizzare.

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