Intervista a Raffaele Volpe

Dal 30 ottobre al 2 Novembre 2014 si terrà a Chianciano (Siena) la 43a Assemblea generale dell’Unione cristiana evangelica battista d’Italia (Ucebi), l’organismo che collega le chiese battiste italiane. Abbiamo rivolto alcune domande al pastore Raffaele Volpe, presidente dell’Ucebi

«Fedele è Dio» (1 Corinzi 1,9) è il versetto guida della prossima Assemblea generale. Quali motivazioni hanno guidato il Comitato esecutivo (Ce) dell’Unione in tale scelta?

«Questa parola biblica ci ricorda che, nelle difficoltà del tempo presente, possiamo contare sulla fedeltà di Dio, che viene prima della nostra fedeltà e la sostiene. Il motto dell’assemblea, dunque, è un richiamo alle chiese battiste affinché nella fedeltà di Dio ritrovino la forza della fede, e la fame e la sete di un discepolato speso assieme alle altre e agli altri, per gli altri e per le altre».

Qual è lo stato di salute delle chiese battiste italiane?

«Le chiese hanno continuato a svolgere una testimonianza sul territorio e, in un momento di profonda crisi come quello che stiamo vivendo, hanno mantenuto fede al loro impegno economico – che è di un certo peso. D’altra parte, però, le chiese devono prendere in seria considerazione che o c’è una svolta nella direzione della crescita numerica o siamo destinati ad estinguerci: siamo circa 3000 battisti italiani, più altrettanti battisti provenienti da ogni parte del mondo; nelle chiese non c’è un grande ricambio generazionale e, spesso, a distanza di tempo le stesse persone si trovano a ricoprire i ruoli di anziano, diacono o cassiere».

Nella relazione del Ce si legge, infatti, che la «piccola diaspora» battista deve scegliere se rimanere sulla strada del lasciare le cose come sono, oppure incamminarsi verso un discepolato più coraggioso…

«Sì, e vorremmo che questo bivio fosse vissuto non in modo drammatico. Ogni volta che ci confrontiamo con Dio siamo di fronte ad un bivio. Ancor più adesso: le chiese battiste devono scegliere se spendere le migliori energie per tenere in vita l’esistente o piuttosto devono compiere un’attenta accoglienza delle persone che si avvicinano a noi ed efficaci programmi di crescita. La fedeltà di Dio è nutrire la speranza che sceglieremo la strada più coraggiosa».

Nella relazione si fa una valutazione storica del Piano di cooperazione (Pdc) e si sollecitano le chiese a considerare la possibilità di costituirsi in enti ecclesiastici. Cosa implica questo cambiamento?

«Il Piano di cooperazione nasceva dall’idea che le chiese ricche dell’Unione sostenessero quelle piccole in un abbraccio di solidarietà. Un’idea molto bella che purtroppo non rispecchiava la realtà, in quanto il numero delle chiese piccole era maggiore di quello delle chiese grandi e ricche. Quindi, alla fine il Pdc diventava più che altro un piano di mutuo soccorso con poche risorse, che soffocava le chiese che si ritrovavano ad avere pochi fondi da investire localmente. Così, abbiamo iniziato a pensare che accanto a un piano di grande solidarietà ci fosse anche un piano di grande responsabilizzazione delle chiese: l’ente ecclesiastico è proprio una formula che aiuta le comunità a diventare localmente capaci di produrre risorse economiche, umane. Questa è certamente una sfida che non deve spaventare ma anzi incoraggiare le chiese a recuperare una maggiore autonomia e autosufficienza».

È ripreso in questi anni il cammino di reciproca collaborazione tra battisti, metodisti e valdese (Bmv). Quali novità ci sono?

«Innanzitutto ringrazio Alessandra Trotta, presidente dell’Opcemi, e Eugenio Bernardini, moderatore della Tavola valdese, per la passione del loro impegno al lavoro comune. Siamo ripartiti dalle nostre chiese, razionalizzando meglio le risorse pastorali, e potenziando – laddove possibile – la collaborazione territoriale. Un nuovo progetto a cui stiamo lavorando prevede che i/le pastori/e battisti, o metodisti o valdesi vadano a lavorare in una chiesa di altra denominazione. Speriamo di poter avviare a breve il progetto per il quale alcuni/e pastori/e battisti andranno a fare il periodo di prova in una chiesa valdese. Poi c’è il nuovo progetto editoriale del giornale comune Riforma: esorto i fratelli e le sorelle battisti a investire sulla comunicazione, a mettere in rete le notizie, in modo da contribuire a pieno titolo a questo spazio di formazione e di informazione».

Nel programma dell’Assemblea vi sarà una serata per soli uomini dedicata al tema della violenza domestica e del femminicidio. Perché?

«L’organizzazione di questa serata è una delle proposte del gruppo di lavoro, nato a partire da una mozione approvata alla scorsa assemblea, che dava mandato al Ce di nominare una commissione che organizzasse un convegno dove i maschi si confrontassero sul tema della violenza. Spero che questo incontro che avverrà durante i lavori assembleari possa essere di stimolo alle chiese locali a proseguire la riflessione con costanza nel tempo. Se prenderemo sul serio il nesso stretto che esiste tra un immaginario maschile, di cui siamo portatori come maschi, e la violenza, forse daremo un contributo a questo grave problema».

Qual è la vocazione della piccola «diaspora battista» in questo paese? E quale può essere il contributo specifico dei battisti al variegato panorama dell’evangelismo italiano?

«Anche alla luce dei 150 anni di presenza battista in Italia, celebrati lo scorso anno, credo sia emerso chiaro che ci è stato affidato dalla storia, ma soprattutto da Dio, il compito di vivere una testimonianza che sappia coniugare insieme un sano pietismo individuale, un forte senso della comunità locale, e un grande impegno per la giustizia. Su questi tre punti, che hanno caratterizzato la storia dei battisti in Italia in più di un secolo di storia, dobbiamo giocarci non solo la testimonianza futura ma anche i nostri legami con le altre chiese sorelle e il dialogo con il paese nel quale viviamo».

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