I musulmani dicono no all'Isis

«Ogni parola sbagliata dell'informazione crea pregiudizi»: una manifestazione a Milano per prendere le distanze dai crimini in nome dell'Islam

Domenica 21 settembre, a Milano si è tenuta una manifestazione a cui hanno partecipato anche associazioni e gruppi musulmani, per condannare e prendere le distanze dai gruppi che perpetuano violenze e crimini in nome dell'Islam. L'Isis, primo fra tutti, responsabile di violenze e crimini che sono ogni giorno sulle prime pagine. La manifestazione è stata anche l'occasione per i diversi gruppi di intervenire e esprimere il proprio punto di vista. Tra questi c'era anche l'associazione dei Giovani Musulmani d'Italia, che raggruppa giovani da tutto il Paese e che ha l'obiettivo di aiutarli a conciliare la loro fede e la loro cultura d'origine con la cultura italiana: «un modo per vivere meglio nella società ed essere portatori di un messaggio di pace e benefici per tutti», ha detto Chaimaa Fatihi, portavoce del movimento.

Come commenta i titoli sulla manifestazione di ieri?

«Indubbiamente i giornali hanno riportato molto bene quanto è successo. C'è solo un appunto da fare per alcune testate: utilizzare un linguaggio appropriato. Occorre conoscere il peso delle parole che si pronunciano o che si scrivono: c'è un'estrema differenza tra dire musulmani o dire islamici, piccole sfumature che hanno un forte impatto nella società». Come avete partecipato alla manifestazione promossa dalla web radio Dirittozero? «Come Giovani Musulmani d'Italia abbiamo aderito in modo molto fermo e abbiamo potuto fare alcuni interventi: alcuni di noi hanno partecipato all'organizzazione, che si allineava molto bene a quanto abbiamo espresso da tempo e cioè la condanna del gruppo terroristico dell'Isis».

C'erano altre associazioni oltre alla vostra?

«C'erano alcuni rappresentanti della comunità di Sant'Egidio, ci sono state adesioni da diverse comunità musulmane in Italia e c'erano personaggi noti come Luca Giurato o Gad Lerner, cosa che ci ha fatto capire che il nostro messaggio è arrivato forte e chiaro. C'erano associazioni nazionali, come ad esempio Onsur, a sostegno del popolo siriano, o altre che lavorano nel campo interculturale e sociale».

Oltre alla fiaccolata è stata bruciato un simbolo dell'Isis.

«C'è stato un flash mob che rappresentava la violenza di questo gruppo terroristico criminale. Successivamente è stata bruciata una bandiera che rappresentava l'Isis: un gesto che non abbiamo apprezzato molto, perché accendere un fuoco è anche sinonimo di violenza. Sappiamo però che le persone che l'hanno fatto erano ben intenzionate e volevano mandare un messaggio forte, che rimanesse nella mente delle persone, su come i pregiudizi siano da bruciare, così come l'ideologia di questo gruppo terrorista che non ha nulla anche fare con l'Islam».

La condanna dello Stato Islamico dell'Iraq e del Levante era un mezzo per dire anche qualcos'altro.

«Si, in questa occasione abbiamo avuto modo di condannare tutte le situazioni simili, in cui la violenza, come quella delle politiche assassine di Netanyau in Israele, o di Assad in Siria, prendono il sopravvento sul dialogo. Un momento per condannare tutte le politiche criminali che stanno martoriando i popoli in diverse parti del mondo».

Il linguaggio porta con sé la sostanza e può influenzare le opinioni. Sentite il peso della confusione, spesso fatta nei mezzi di comunicazione di massa?

«Sì, la confusione è tanta e danneggia soprattutto noi giovani. Lo abbiamo ribadito anche ieri: ogni parola usata in modo sbagliato va a influire sulla comunità, e va a crearedei pregiudizi che alimentano l'odio, che si espande a macchia d'olio su tutta la popolazione italiana. Questo porta al perpetrarsi delle violenze, anche qui in Italia: fisiche, ma anche verbali, come condannare un'intera fede anche quando non ha iente a che fare con questi gruppi criminali». Come si esce dal pregiudizio? «Come giovani e come comunità islamica abbiamo seguito la via del dialogo, creare eventi o incontri che facilitino il confronto. Ora stiamo rivivendo quello che abbiamo vissuto dopo l'11 settembre: parlarsi è l'unica soluzione per raccontare che cos'è per noi l'Islam e per convivere civilmente tutti insieme».

Fonte: Radio Beckwith Evangelica

Foto copertina: via Gadlerner.it

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