In Turchia dopo Santa Sofia, anche Chora riapre come moschea

Prosegue la campagna di islamizzazione del presidente Erdogan

 

Da chiesa ortodossa a moschea, a museo e oggi di nuovo moschea. Non si arresta la politica nazionalista e filo islamista del presidente turco Recep Tayyip Erdogan.

 

L’ex basilica cristiana (poi convertita in museo) di Chora, struttura storica di Istanbul, dopo lavori di restauro ha riaperto in questi giorni ma come moschea.

 

Nel 2020 stessa sorte era toccata alla basilica di Santa Sofia, a sua volta uno dei simboli più noti della capitale e come San Salvatore in Chora parte del patrimonio Unesco.

 

La chiesa di San Salvatore in Chora è conosciuta in tutto il mondo per gli affreschi e i mosaici considerati fra le massime espressione dell’arte bizantina. L’edificio originale è stato costruito nel V secolo ai tempi dell’Impero Bizantino, adibito al culto greco ortodosso.

 

Nel 1511, la struttura viene trasformata in moschea da Atik Ali Pasha, gran visir del sultano Bayezid II, e mosaici e affreschi vengono intonacati ma non distrutti. Nel 1958 la laica Turchia, dopo accurati lavori di recupero, decide di adibirla a museo, esattamente come per Santa Sofia. Nel 2020 un decreto del presidente Erdogan ne ha previsto la riapertura come luogo di culto islamico.

 

In crisi di consensi e alle prese con difficoltà economiche pressanti, Erdogan gioca ancora una volta dunque la carta del nazionalismo e dell’ “Islam politico”, insieme di valori attraverso i quali governare il Paese, attraverso una “riconquista” di luoghi e simboli che si rifanno a un glorioso passato. In questo caso il passato dell’Impero Ottomano, mai sopito in una fetta del fronte conservatore cha sempre considerato un tradimento identitario la laicità dello Stato turco imposta da Mustafa Kemal Atatürk dopo lo smembramento dell’Impero.

 

Non sono mancate le critiche immediate da parte dei vertici della Chiesa greco ortodossa e del governo di Atene, che hanno definito un’ennesima provocazione la scelta fatta con la basilica di Chora.

 

Scelta che rientra in un progetto più ampio che coinvolge altre 200 strutture storiche nazionali.

Come ricorda il sito Asianews «In Turchia vi è libertà di culto, tuttavia negli ultimi 20 anni si sono registrate violazioni alla pratica religiosa, cambi d’uso di ex basiliche cristiane e fatti di sangue a sfondo confessionale come l’assassinio di don Andrea Santoro nel 2006 e mons. Luigi Padovese nel 2010».

 

«Questa decisione suona una nota discordante nella sinfonia del rispetto e della comprensione reciproci tra persone di tutte le fedi» ha espresso in un comunicato l’Arcidiocesi Greco-Ortodossa d’America.

 

«La logica del “diritto di conquista”, su cui si è basata anche la riconversione di Santa Sofia in moschea islamica nel luglio 2020, significa una regressione della civiltà umana agli standard medievali. Inoltre, la pratica della preghiera sui “monumenti conquistati”, nel XXI secolo, da parte di un officiante religioso che brandisce una spada, reintroduce l’elemento della violenza e lo intreccia con il sentimento religioso, con tutte le sue implicazioni.

 

Il Monastero di Chora, rinomato per i suoi mosaici e affreschi bizantini, occupa un posto unico nel panorama dell’espressione umana. Vederlo ora sottratto, con i suoi tesori nascosti alla vista, è una perdita non solo per i nostri fratelli ortodossi ma per tutte le persone di fede che trovano bellezza e significato nella sua arte sacra.

 

È prerogativa del governo turco prendere le decisioni che ritiene opportune. Tuttavia la Sacra Scrittura offre questo utile consiglio: «Πάντα μοι ἔξεστιν, ἀλλ᾽ οὐ πάντα συμφέρει», «Ogni cosa è lecita, ma non ogni cosa è utile» (1 Cor 10,23). L’immediata opportunità politica non deve oscurare la danno a lungo termine. Tutte le persone di fede sono chiamate ad assumersi la responsabilità condivisa di evitare il dolore e la divisione inutili causati da tali decisioni.

 

Chiediamo al governo turco di riconsiderare la decisione di riconvertire il Monastero di Chora, riconoscendo la gravità di questa azione e le sue implicazioni, soprattutto perché il centro mondiale dell’Ortodossia, il Patriarcato ecumenico, si trova a Istanbul, e in un paese dove molti cittadini appartengono ad altre religioni e denominazioni».

 

 

 

Foto di Dimitry B.