«Bisogna salvaguardare il rapporto tra uomo, natura e lavoro»

Il sindacalista di Usb, Aboubakar Soumahoro, racconta come la decisione di occupare la Cattedrale di Foggia nella giornata del 10 ottobre sia una questione di diritti, non di carità

 

Quindici anni di cattiva gestione e nessuna volontà di superare la logica del ghetto. Queste sono le accuse lanciate dai lavoratori stagionali che ieri hanno occupato la Cattedrale di Foggia per chiedere alla Regione Puglia e al presidente Michele Emiliano il rispetto di accordi che, a distanza di oltre due mesi, sembrano essere soltanto parole. Un’azione simbolica che pone però questioni molto concrete: quelle della mancanza di diritti per lavoratori che rappresentano una componente fondamentale del mercato agricolo del sud Italia e che molto spesso vivono in territori privi di servizi minimi, ghetti come quello, ora sgomberato, che sorge tra Rignano Garganico e San Severo.

La protesta è stata guidata da Aboubakar Soumahoro, rappresentante sindacale di Usb, l’Unione sindacale di base, secondo cui «l’occupazione è stato un atto maturato dopo una latitanza politica e dopo tutto un insieme di campagne, di cui a nostro avviso non c’era bisogno, da parte del presidente della regione, Michele Emiliano. Per mesi si è parlato della lotta per la legalità, ma per anni, stiamo parlando di 15-20 anni, quell’area è stata comunque oggetto di iniziative che non sempre hanno garantito maggior tutela per i lavoratori».

Per capire come mai si è arrivati qui, è necessario tracciare un quadro della situazione. In termini generali questa è stata un’estate differente rispetto alle precedenti?
«È stata un’estate diversa, perché per la prima volta i lavoratori, gli operai agricoli che comunemente chiamiamo braccianti, c’è stata una presa di coscienza collettiva, che già esisteva sul piano individuale per alcuni. Questo è merito di un’attività sindacale che ha consentito quest’anno ai braccianti, attraverso un lavoro di informazione e sensibilizzazione, di avere coscienza dei propri diritti. Lo abbiamo fatto attraverso uno sportello itinerante nelle campagne, spiegando gli orari di lavoro, il lavoro straordinario, la paga in base al contratto provinciale per gli operai agricoli».

La nuova legge sul caporalato ha inciso sulla capacità di organizzarsi sul territorio?
«Il lavoro che abbiamo svolto sul territorio è avvenuto al di fuori dei parametri della cosiddetta legge contro il caporalato. Il motivo è semplice: per noi l’intermediazione che viene richiamata dalla legge non è soltanto quella individuale, ma anche quella che passa attraverso lo strumento legale delle agenzie di intermediazione e che, così ci raccontano le cronache, non sempre va davvero nella direzione della legge. Sono vicende che mettono in evidenza che l’intermediazione deve avvenire attraverso i centri per l’impiego, dove si intrecciano i controlli del ministero del Lavoro e il lavoro del centro per l’impiego stesso, insieme in alcuni casi alle forze dell’ordine. Quindi il lavoro che svolgiamo è borderline, fuori da quei terreni nei quali si considera soltanto la magistratura come unico strumento per affrontare questi temi. A volte si dimentica un ampio terreno, quello in cui non c’è il richiamo “al lupo” e dove si nascondono situazioni di sfruttamento, di lavoro grigio, dove lavoratori con un monte ore di 10-12 ore di lavoro segnato sui quaderni, come abbiamo detto di fare ai delegati, si ritrovano a fine mese con buste paga di 180-190 euro, quindi vale a dire che non avranno diritto alla disoccupazione agricola. In alcuni casi, poi, questi contributi vengono utilizzati da parte di soggetti che non sempre si trovano a lavorare nei campi, andando a formare una sorta di welfare in alcuni territori».

Ecco, ma si tratta di una questione solo territoriale?
«No, è un modello di lavoro che stiamo cercando di riportare all’attenzione. Non è secondario il tema dell’utilizzo del termine bracciante o del termine “aree rurali”: sono parole che, di fronte a un problema di globalizzazione, di modernizzazione, si stanno sradicando, snaturando interi territori e andando in qualche modo a inquinarli, non soltanto con prodotti che non sempre fanno bene alla salute dei lavoratori. Ecco, noi vogliamo salvaguardare questo rapporto tra uomo, natura e lavoro».

Come si è arrivati alla decisione di occupare la Cattedrale di Foggia?
«L’occupazione è stato un atto maturato dopo una latitanza politica e dopo tutto un insieme di campagne, di cui a nostro avviso non c’era bisogno, da parte del presidente della regione, Michele Emiliano. Per mesi si è parlato della lotta per la legalità, ma per anni, stiamo parlando di 15-20 anni, quell’area è stata comunque oggetto di iniziative che non sempre hanno garantito maggior tutela per i lavoratori. La cronaca dice che ai primi di marzo di quest’anno, nella notte tra il 2 e il 3, ci fu l’ennesimo incendio che costò la vita a due braccianti e che aveva portato alla scomparsa dell’acqua potabile. Il ghetto di Rignano Garganico successivamente è stato sgomberato su iniziativa della magistratura, quindi quell’area formalmente non esiste più. Il problema è che ci sono persone, braccianti, che vivono in mezzo alle campagne accanto a quell’area messa sotto sequestro. Alla fine di luglio, cioè dopo quasi 6 mesi senza acqua potabile, con il caldo che potete immaginare e il lavoro pesante che si svolge nelle campagne, la Regione continuava a negarci qualsiasi confronto, almeno sulla possibilità di accedere all’acqua potabile. Con i braccianti, persone che si svegliano alle quattro e mezza di mattina e fino alle 17 sono al lavoro, siamo stati costretti ad andare fino a Bari per una manifestazione sotto la sede della Regione. Ecco, all’uscita da quella manifestazione l’assessora alle politiche agricole, l’assessore al lavoro e il consigliere del presidente Emiliano avevano condiviso con noi un percorso».

Che cosa prevedeva quell’accordo?
«Erano tre i punti principali: il primo era il ripristino dell’acqua potabile; il secondo l’avvio di un percorso per il rispetto dei contratti, richiamando i datori di lavoro al rispetto degli obblighi che hanno sottoscritto a livello provinciale; il terzo è il superamento del ghetto».

Cosa significa?
«Dobbiamo prima di tutto sottolineare che c’è anche una questione di utilizzo dei fondi europei: parliamo di una Regione che, come disponibilità finanziaria dei fondi rurali europei, per il periodo 2014-2020 ha circa 1 miliardo e 600 milioni di euro. Tornando al superamento del ghetto, il fatto è che come organizzazione non condividiamo la politica della ghettizzazione, quindi insieme ai lavoratori, a quell’epoca eravamo più di duemila, si era deciso di avviare un percorso di valorizzazione delle aree rurali. Da che mondo è mondo il contadino non vive in un palazzo di 6 piani lavorando la terra, perché la terra si lavora nelle aree rurali insieme ai braccianti. Abbiamo quindi proposto di trasformare quegli spazi superando i ghetti, abbiamo proposto di utilizzare parte di quei fondi europei per mettere in piedi unità abitative dignitose. Insomma, all’uscita da questo incontro tutti erano contenti, la Regione era rimasta sorpresa perché per mesi avevano sventolato la bandiera della legalità, ma si sono trovati dei braccianti che hanno rivoluzionato i concetti».

Tutto risolto quindi?
«No: il 13 settembre clamorosamente viene di nuovo a mancare l’acqua. Abbiamo cercato di entrare in contatto con la Regione per il rispetto degli impegni presi, ma non ci ha mai risposto nessuno. Dall’altra parte il presidente Emiliano vorrebbe portare i braccianti nel circuito delle cooperative sociali, che non sempre però hanno interessi che vanno nella stessa direzione dei lavoratori, quindi questo ci ha portato a chiedere non assistenza, ma rispetto delle regole. I fondi che si vogliono destinare alle cooperative vanno messi a disposizione del territorio, dove c’è bisogno di inserimento maggiore, indipendentemente dalla provenienza geografica. Ecco, le istituzioni però a quel punto sono scomparse».

E quindi si è deciso di muoversi a Foggia. Perché scegliendo proprio la Cattedrale?
«Lo abbiamo fatto ascoltando le parole del Papa, che ultimamente ha sempre parlato di terra, casa, lavoro: ci siamo recati in quella che riteniamo essere la casa di tutti per far sì che il Papa, attraverso il vescovo, si faccia interprete di queste contraddizioni. Non vogliamo pagare il malaffare, la malapolitica e la malagestione del bene comune di 15 anni sulla pelle di chi non ha mai visto un centesimo dei soldi spesi».

Ci sono state delle reazioni?
«Devo dire che il vescovo, con una sensibilità immensa, ha ascoltato la lettera che abbiamo indirizzato al Papa ieri e si è fatto nostro portavoce mettendosi in contatto con la Regione. Ha dovuto constatare che quanto stiamo dicendo è la verità e successivamente, entrando in contatto col Prefetto, che ha preso l’impegno di ripristinare la distribuzione dell’acqua potabile e di dare avvio al percorso per la trasformazione, la valorizzazione delle aree rurali, dalla politica della ghettizzazione a un percorso che dia dignità alle persone».

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