A una settimana dalle elezioni che hanno sconvolto il panorama politico tedesco, affrontiamo il tema con Heiner Bludau, pastore a Torino e decano della Chiesa evangelica luterana in Italia.

I risultati delle elezioni del 24 settembre non sono stati una vera sorpresa: tutti si aspettavano la Cdu della cancelliera Merkel e i socialdemocratici della Spd in calo e un probabile successo della Alternative für Deutschland (AfD). Eppure questi risultati hanno suscitato grande emozione e preoccupazione. Che cosa sta succedendo?

«Innanzitutto con queste elezioni i due grandi partiti popolari tradizionali Cdu e Spd, che hanno forgiato la storia della Germania nel dopoguerra, hanno raggiunto un risultato che insieme conta poco più del 50%. A un primo sguardo questo risultato corrisponde al trend europeo. Nel Bundestag adesso ci sono sei partiti, e quello più forte dopo Cdu e Spd è l’AfD.

A parte i motivi che valgono anche per altri paesi d’Europa e del mondo, che premiano i movimenti populisti e fanno calare i partiti tradizionali, ci sono alcuni particolarità in Germania. Negli ultimi anni il governo era costituito da una grande coalizione fra Cdu e Spd, che per me hanno fatto un buon lavoro. Ma non c’era molto spazio per voci contrarie. Già la “grande coalizione” degli anni ‘60 aveva prodotto un rafforzamento dell’estrema destra da un lato e l’opposizione della sinistra extraparlamentare dall’altro lato. Da questo punto di visto trovo molto buona la decisione della Spd di andare alla opposizione, altrimenti l’AfD diventerebbe la voce più forte dell’opposizione stessa.

Un’altra particolarità è che ovviamente la riunificazione dopo il 1989 non è stata un successo in tutti i campi. Le infrastrutture, per esempio le autostrade, all’Est sono oggi migliori che nell’Ovest, ma è rimasta una scontentezza a Est, che ha a che fare con la situazione economica e con altri dati di fatto. E l’AfD è riuscita a prendere vantaggio da questa scontentezza. Conosco abbastanza bene la situazione in Sassonia, uno dei Länder della ex-Ddr. Lì con il 27% l’AfD è stato il partito più votato, mentre la Spd ha raggiunto soltanto il 10%. Ma ci sono paesi in Sassonia dove l’AfD ha raggiunto il 45%. Da anni ci sono ogni settimana a Dresda le manifestazioni dell’estrema destra e di Pegida [il movimento nazionalista e anti-islamista, sorto proprio a Dresda, ndr], dove in molti arrivano da fuori. Dresda è diventata centro di tutti i movimenti dell’estrema destra e l’AfD è riuscito di trarre vantaggio di questa situazione».

Lei ha trascorso un anno e mezzo in Israele, dopo gli studi, perché a fine degli anni ‘60 la Germania prevedeva che i suoi giovani trascorressero un periodo, invece del servizio militare, sui luoghi che avevano sofferto a causa del nazionalsocialismo. Ora, di fronte alle affermazioni di alcuni leader AfD, «negazioniste» rispetto allo sterminio degli ebrei, si può temere che si sia persa la cultura che ha permesso alla Germania di «fare i conti» con il passato?

«Non penso che questa coscienza della Germania, che è consapevole della propria storia, e pronta a confrontarsi anche con i lati più bui della sua storia, sia finita. Questa cultura fortunatamente oggi fa parte dell’identità tedesca. Si tratta però di un’identità “ufficiale”, condivisa da una maggioranza, ma non da tutti. E “infrangere i tabù” fa parte della strategia dell’AfD. Si comincia a dire fare affermazioni che non corrispondono alla correttezza politica e si finisce per mettere in dubbio lo stermino degli ebrei, che peraltro è un reato punibile in Germania. Certo non è per caso però che tra altri l’AfD abbia scelto questo tema per infrangere i tabù. E il successo dell’AfD richiede una riflessione approfondita su che cosa stia succedendo in questo campo».

Altri, all’interno di AfD (D. Spangenberg) provengono dalla Ddr e propugnano l’allontanamento dei musulmani. Però una leader, Alice Weidel, è lesbica, accetta i gay e sostiene Israele. AfD sembra la somma di tante tendenze diverse; e, a differenza di altri partiti populisti, più che dai giovani e dagli anziani, è stato votato soprattutto dalla fascia di chi ha 40-59 anni. Che cosa significa?

«AfD non è un partito tradizionale con un programma e persone che vi si radunano intorno. È invece – come tanti altri movimenti in Europa e nel mondo – un movimento populista, nei quali innanzitutto conta il successo dei loro protagonisti, e questo successo si esprime in adesioni e nei risultati delle elezioni. Alla fine conta soltanto il potere politico. Quindi, se Alice Weidel riesce ad attirare e legare persone in una frazione un po’ più costruttiva nell’interno del movimento, può coesistere ed esprimere anche modi che contraddicono il mainstream di AfD. Vedremo tanti cambiamenti nei prossimi mesi tra i capi dell’AfD».

La cancelliera Merkel ha detto che non rinuncerà alla sua politica sui profughi: che cosa possono fare ora le Chiese? Al di là dell’accoglienza, dovranno sviluppare una nuova riflessione teologica, per venire incontro alle persone che si sentono abbandonate dalla politica?

«Non vedo il bisogno di una nuova teologia. Il compito delle chiese è annunciare il Vangelo, e la cosa più importante è che questo venga fatto. Questo però non è un atteggiamento “apolitico”. Una grande parte di coloro che hanno votato l’AfD – parlo della zona di Dresda che conosco personalmente – non è più pronta a dialogare. Non leggono più i giornali perché dicono che i media mentono. Ricevono informazioni soltanto dai propri canali via Internet. Alcuni fanno anche parte delle chiese, le quali, annunciando il Vangelo, devono essere coscienti di questo. E da un lato devono essere chiare nell’annuncio del Vangelo. C’è un gruppo nella Chiesa luterana della Sassonia che promuove lo slogan “L’amore del prossimo richiede chiarezza”: vuol dire che l’amore del prossimo non è compatibile con il razzismo e la cacciata dei profughi. D’altro lato le chiese con l’annuncio del Vangelo devono contribuire a rendere il cristiano forte. Sono deboli quelli che votano l’AfD, cercano di rafforzare il loro autocoscienza con parole nazionalistiche e con l’idea che ci sono persone che valgono ancora meno di loro, l’idea principale dei razzisti. Tanti di loro convivono con la paura. Non credo che le chiese possano riuscire sul terreno dove le istituzioni hanno fallito: parlare con loro di temi politici. Ma rimane il compito centrale di tutte le chiese: annunciare il Vangelo e rafforzare la fede per dare senso alla vita di tutti e scacciare la paura».

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