Nell’articolo su Gianavello, apparso sul nostro mensile di luglio, formulavo una critica riguardo a due espressioni che vanno diffondendosi e sono abitualmente usate per definire il personaggio. La prima, più antica, che risale agli anni ’30 del Novecento, «il leone di Rorà», ne sottolineava il valore. La seconda, di altra natura, di ambito popolar-mediatico, sta diffondendosi da qualche tempo: «il bandito», naturalmente in terra valdese. 

Si tratta di espressioni che giudicavo, e giudico, entrambe del tutto inadeguate a rendere viva una delle figure più affascinanti della nostra storia e soprattutto ad esprimerne il carattere, e formulavo l’augurio che venissero abbandonate.

Nelle ultime settimane ci è stato dato di incontrare il bandito nel titolo dell’ultimo libro di Bruna Peyrot e Massimo Gnone. Dato il peso che lo scritto ha nella società odierna (se è scritto, anche su Facebook, significa che è vero) e il fascino delle formule lapidarie, c’è da ritenere che il destino di Gianavello sia ormai segnato: bandito fu e bandito sarà. 

Dovrebbe in realtà essere noto, ma non è detto che lo sia, che «bandito» significa semplicemente «messo al bando», cioè radiato dalla comunità civile, il «wanted» dei western: la testa di Gianavello valeva 300 scudi, in pratica è un morto che sopravvive. 

Non era forse impossibile esprimere questa situazione in termini più corretti facendo un uso accorto dei termini «valdese» e «bandito», entrambi aggettivi ma anche sostantivi, tenendo conto del fatto che il sostantivo definisce la realtà mentre l’aggettivo la qualifica. Usando «bandito» come sostantivo si fissa la natura del personaggio, si definisce chi è stato, mentre l’aggettivo gli dà un volto, non è calabrese, gentiluomo, ma valdese. 

In realtà si tratta del sostantivo; del dato fondamentale che lo qualifica, costitutiva sul piano della storia è la sua appartenenza alla fede valdese, mentre le circostanze hanno solo segnato il suo destino; senza le Pasque Piemontesi lo si conoscerebbe come l’anziano del quartiere delle Vigne. 

Parlare di Gianavello bandito significava dare una lettura più esatta della sua figura, ma ora bandito è diventato e bandito resterà per sempre, c’è solo da sperare che il valdese non scompaia e resti solo «il bandito di Rorà». 

Qualche responsabilità nella nascita di questo equivoco l’abbiamo probabilmente anche noi suoi compaesani. Facendo riferimento al «Bric di bandì», che sovrasta la Gianavella, abbiamo creato il percorso turistico «bric dei bandì»; sarebbe stato più corretto parlare del «sentiero di Gianavello».

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