Jerry Lewis è stato un regista di quelli che esistono per mettere in crisi i critici: i suoi film possono essere analizzati e studiati con le più raffinate tecniche interpretative, ma possono essere anche visti e apprezzati senza troppi intellettualismi. Film che, a dispetto degli improbabili titoli italiani, hanno raccontato le ansie, le aspirazioni, le emozioni di un personaggio sempre uguale e sempre diverso: che a volte ricalcava in forma di parodia qualche personaggio della classicità letteraria (Le folli notti del dr. Jerryl, 1962, dal Dr. Jekyll e mr. Hyde di Stevenson); altre volte riproponeva il giovane imbranato, che arrossisce di fronte alle ragazze, che uscendo dal supermercato rovescia la spesa dal sacchetto e provoca un gigantesco ingorgo automobilistico (Bentornato Picchiatello, 1980).

Il fatto è che Jerry Lewis (che in realtà è stato anche attore televisivo, showman, intrattenitore, motore di iniziative di beneficenza come Telethon) ha avuto una grande storia dietro di sé e un grande contesto intorno a sé. Una grande tradizione di cultura ebraica (Joseph Levitch era il suo vero nome, era nato a Newark, la città del New Jersey che ha visto nascere anche lo scrittore Philip Roth), e di comicità ebraica, che ha avuto dei nomi illustri a partire dall’epoca del muto: Harold Lloyd e soprattutto (per una parte delle sue radici familiari) Charlie Chaplin. Lewis ha rappresentato il lato ingenuo, immediato, a tratti infantile e spontaneo della comicità, così come un altro grande comico ebreo, Woody Allen, continua a rappresentarne il lato più raffinato e intellettuale, perfino cerebrale. Dove i film di Allen si infittiscono di citazioni illustri (le sinfonie di Gustav Mahler, il jazz di Thelonious Monk, la letteratura russa, la pittura d’avanguardia), Lewis si rivolgeva in primo luogo ai bambini, e in uno show televisivo fece cantare un cane. Il Woody Allen connaturato alla sua Manhattan elucubrava (in maniera deliziosa) su Freud e la psicoanalisi, Lewis metteva in scena, senza cercarne troppe spiegazioni, personaggi che della psicoanalisi o della psichiatria avevano bisogno – e invece si trovavano di fronte a un medico che per farti smettere di fumare ti fa prendere a cazzotti da un energumeno.

Allora, perché questo cinema ci parla così efficacemente? Direi per due motivi.

In primo luogo i film di Jerry Lewis sono leggibili a più livelli. Non esito a dire che questi film sono come certe opere di Franz Kafka: autore i cui scritti sono ingiustamente associati a una visione cupa della vita, tetra e greve, oppressa dal senso di colpa, intessuta di una cultura profondissima e di rimandi a tradizioni che sarebbero insondabili da parte dei comuni mortali (la Cabala, il Talmud). Tutto vero, per carità: a partire dalla sua morte esistono tonnellate di opere critiche e analitiche dei racconti e romanzi di Kafka; ma l’immediatezza del suo raccontare, aggressivo e tagliente, non è difficile alla lettura; è molto più complicato, anche e soprattutto per gli studenti, districarsi nelle ampie volute del periodare di Proust o di Thomas Mann.

E siamo al secondo punto. Ogni discorso, letterario o filmico, può essere interpretato – ben lo sa chi si confronta abitualmente con il testo biblico. Ma, come nel Kafka del Cavaliere del secchio, del Dialogo con il devoto e con l’ubriaco, l’immediatezza dei fatti ha un valore in sé. Gli eventi che accadono, prima di godere di una spiegazione (o di una interpretazione), semplicemente… accadono. Vivono di vita propria; noi possiamo ragionarci sopra finché vogliamo, ma un fiore che si schiude e poi appassisce ha il suo senso in sé, anche se a noi non dice molto.

Gli oggetti che scappano incontrollati da un sacchetto del supermercato, sfuggono a chiunque, imbranato o performante, timido o sfrontato; così come i pattini ti portano chissà dove perché stanno su rotelle (Chaplin) o il tifone ti porta via su un letto d’ospedale (Buster Keaton) o un’infinità di gesti scomposti e «sghembi» si ripercuotono in cadute, tonfi, rimbalzi, fiammate e scottature, porte sbattute sul naso (Stanlio & Ollio). E tutto questo avviene nel cinema comico, in particolare del muto, così come accade in natura, senza spiegazioni. Semplicemente accade, e a volte queste situazioni ci fanno ridere, altre volte ci lasciano indifferenti, ma accadono anche se non ci badiamo. Le cose, tante cose, hanno una evidenza in sé. Fino a un certo punto possiamo governarle, al di là di un certo limite… dobbiamo rassegnarci a lasciarcele «accadere addosso», come succede al Picchiatello nelle sue gaffe. Non è un discorso irrilevante: è una lezione di umiltà ed è un grosso insegnamento sui nostri limiti. Converrebbe ricordarlo a chi gestisce il potere, in forma politica o intellettuale o imprenditoriale.

In ultimo: da anni convinto che l’attor comico abbia delle carte da giocare in più dei colleghi «drammatici» ricordo con grande emozione il Jerry Lewis, per una volta, antipatico, anzi odioso: lo showman rapito da un esaltato, interpretato da un grande Robert De Niro nel film Re per una notte di Martin Scorsese (1983) che vuole sostituirsi a lui, per una sera, davanti alle telecamere. Il personaggio interpretato da Lewis è un profittatore, anche se i suoi spettatori lo adorano: un film crudo, cattivo, che ci mostra la doppiezza e l’ambiguità del nostro essere. Lewis/Levitch, una maschera come Chaplin, portava sul suo volto e sul suo (grande) corpo i contenuti diversi che di volta in volta scovava nella nostra umanità; ci mancherà la sua lucidità, mancherà a grandi e bambini, e magari anche ai cani.

Immagine: Jerry Lewsi nel 1952, con Dean Martin e Rosemary Clooney, By NBC - eBayfrontback, Public Domain, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=37205756

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