Per una chiesa libera, ma libera veramente

Chiedere e ottenere le contribuzioni per le chiese e le comunità locali? Ora sappiamo come farlo, grazie alla diaconia valdese

«Una chiesa che si autofinanzia è libera…», ma deve saperlo fare. Questa è la sintesi dell’incontro «Frontiere diaconali – esperienze di foundraising nelle comunità locali e nelle opere diaconali» tenutosi sabato 19 agosto nel Tempio valdese di Torre Pellice (To) a margine dei lavori del Sinodo delle chiese metodiste e valdesi, promosso dalla Diaconia valdese - Commissione sinodale per la diaconia (Csd).

Nell’occasione è stato presentato il Corso Professione Fundraiser, un lavoro prezioso di ascolto, osservazione, analisi e sperimentazione, incentrato sulla raccolta fondi, nato in collaborazione con la Tavola valdese e la chiesa avventista – che da anni lavora su questi temi – e che ha coinvolto cinque giovani dal novembre 2016 al luglio 2017 .

Da nove anni la diaconia valdese promuove momenti di riflessione sull’agire diaconale: «Abbiamo rivolto la nostra attenzione al fenomeno migratorio, alle carceri, alla violenza di genere – ha ricordato il presidente della Csd, Giovanni Comba –. Quest’anno si è deciso di raccontare l’esperienza dei giovani impegnati nel progetto professione fundraiser, attraverso le loro stesse voci. Un’analisi raccolta sia nei Quaderni della diaconia sia in un opuscolo realizzato, a fine lavoro, dedicato a quelle che abbiamo definito le “dieci buone pratiche per la contribuzione”. Anche se può sembrare paradossale – ha proseguito Comba – la prima istanza che ha portato la Csd ad approfondire il tema non è stata la necessità di recuperare risorse economiche, ma la volontà di innescare e ricucire relazioni, basate anche sull’impegno, con persone che vogliono condividere il progetto di servizio che la chiesa propone attraverso la diaconia».

Oggi, tuttavia, è importante poter trovare le risorse necessarie per le comunità valdesi e metodiste sparse sul territorio nazionale. Potrebbe sembrare una contraddizione se si pensa al forte riscontro del gettito Irpef attraverso l’otto per mille firmato a favore delle due minoranze religiose, che hanno deciso però di non destinare «nemmeno un euro» alle proprie spese di culto. «La storia della chiesa valdese – ha ricordato il moderatore della Tavola valdese, il pastore Eugenio Bernardini – è una storia “di collette” e di raccolta di fondi. L’autofinanziamento, il sostegno dalle chiese sorelle all’estero e i contributi pubblici di varia natura, oggi sempre meno frequenti, hanno sempre dato linfa alle nostre attività di culto e ai nostri centri diaconali. Oggi molto è cambiato – ha considerato Bernardini –, nel contesto generale di crisi anche noi ci ritroviamo in una situazione di particolare necessità. Da sempre la nostra chiesa raccoglie fondi proponendo buone idee, progetti condivisi e responsabili. L’otto per mille destinato alle nostre chiese non è e non potrà essere la soluzione alle nostre necessità. Altresì, sentirsi affrancati dalla firma Irpef non può essere una scappatoia o un motivo per non sostenere le interne necessità delle nostre chiese. Solo una chiesa capace di autofinanziarsi può definirsi libera. Ma per poterlo fare deve impegnarsi nel confronto con i propri membri, proponendo obiettivi e senza il timore di chiedere l’esplicito aiuto attraverso le contribuzioni. Deve esserci un «Patto» di solidarietà, di partecipazione attiva e di condivisione di intenti».

Non avere paura di chiedere dunque, ma neanche di donare, ha ricordato poi il pastore valdese Italo Pons, membro della Tavola valdese: «un donare che dev’essere gioioso perché a sostegno delle opere compiute».

Come chiedere le contribuzioni e ottenerle però non è semplice. Sono necessarie alcune azioni fondamentali: «dieci» ricorda la coordinatrice del gruppo di lavoro Barbara Imbergamo insieme ai quattro giovani presenti all’incontro, Ermanno, Miriam, Stefano e Irene. «Innanzitutto è necessario programmare, con scadenze triennali le attività inerenti alla raccolta fondi e alle contribuzioni e al termine del triennio saper valutare l’operato svolto. Ma le dieci parole chiave – ricordano i cinque nuovi “consacrati” fundraiser – per operare al meglio sono: formare, comunicare, aggiornare, registrare, chiedere, raccogliere, condividere, includere, discutere e soprattutto, ricordarsi di ringraziare».

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