Le parole corrono , come un fiume che va veloce verso il mare, perché tantissimi sono i fotogrammi ben fissi nella testa di Luciano Griso, il medico in Libano dell’ équipe del progetto dei Corridoi umanitari promosso dalla Federazione delle chiese evangeliche in Italia e dalla Comunità di sant’Egidio. Istantanee di volti, di miseria, di speranza, di piccoli grandi fiori nel deserto. Poi le voci, le lingue che si mischiano, le suppliche di aiuto, una preghiera comunitaria, un grazie commosso.

Da un anno e mezzo è uno dei rappresentanti delle nostre chiese evangeliche in medio oriente, fra i responsabili delle scelte legate alle persone da trasferire in Italia attraverso il ponte aereo dei Corridoi, senza il dramma del mare, con un progetto anche per il post, non solo per il durante.

Una gioia o un peso?

«E’ difficile, veramente difficile compiere questa che alla fine è una vera e propria selezione. Da un lato sappiamo di dare una speranza di futuro in questo modo a 1000 persone in 2 anni, ma i numeri sarebbero, sono, ben altri. Queste sono per ora le nostre possibilità, ed è già splendido poter fare ciò che facciamo. Ma il problema peggiore è che siamo impossibilitati a portare in Italia i soggetti veramente più vulnerabili, quelli con patologie fisiche o mentali tali da richiedere un’assistenza continuativa. Perché nel nostro paese non avremmo strutture per accoglierli, dati i costi per le cure o i ricoveri che graverebbero su un comparto sanitario nazionale che non ha fondi per simili operazioni. Per cui restano nei campi profughi, lasciati al loro destino, perché le cure in Siria erano gratuite, mentre in Libano costano cifre spropositate. Ho visto una donna di 30 anni madre di 6 figli morire di polmonite perché respinta dall’ospedale a cui si era rivolta in quanto non aveva soldi per pagare la degenza. E nonostante l’Unhcr copra il 75% dei costi, ciò che rimane è comunque spesso troppo per chi non ha più nulla. Un altro caso, un bambino ustionato sul 30% del corpo: l’agenzia dell’Onu ha coperto i tre quarti dei costi, ma la famiglia non aveva i 2000 euro che ancora servivano. Siamo riusciti a darli noi, altrimenti non sarebbe stato curato. Sono moltissime le storie simili».

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Per chi non parte c’è Medical Hope, un presidio per chi rimane nei campi profughi libanesi

«Si, anche qui purtroppo siamo alle prese con un budget limitatissimo in rapporto alle richieste, eppure cerchiamo di coordinarci al meglio con le altre Ong e istituzioni che lavorano su questo fronte per provare a dare il nostro contributo. Prestiamo assistenza e siamo riusciti a finanziare alcune operazioni, come il trapianto di cornea ad una bambina di 12 anni affetta da un tracoma. Grazie ad altre donazioni siamo riusciti a far curare all’ospedale pediatrico Santobono di Napoli una bimba con una grave tumore; un altro caso simile è stato preso in carico dal Bambin Gesù di Roma. Piccole pillole di speranza, che alimentiamo grazie agli aiuti. In questi giorni le notizie di una donazione da parte dell’otto per mille della Chiesa battista e un’altra dell’ospedale evangelico di Villa Betania ci danno fiducia per proseguire».

Ecco, le chiese, che ruolo possono giocare?

«Credo che molto del loro ruolo di testimonianza trovi oggi una concretizzazione in questi interventi, aiutando gli ultimi, i bisognosi. Qui c’è tutto da ricostruire, c’è una guerra da far finire. Se non veniamo a testimoniare davanti a queste tragedie, dove ha senso farlo? Le persone ci chiedono anche questo. Vedono efficienza medica, ma c’è anche sete di una presenza spirituale, un accompagnamento davanti a tanto dolore. La Federazione è presente certamente, ma in qualche modo ci viene richiesta anche un altro tipo di partecipazione. Credo che questo possa meritare una riflessione, questi discorsi andrebbero valorizzati, è difficile ma i risultati ci stanno dando ragione. Molti giovani evangelici potrebbero trovare a queste latitudini grandi possibilità di fare esperienza sul campo, anche teologica, spirituale, di accompagnamento. I cristiani in Siria erano il 10% della popolazione, ora sono il 2,5%. Una generazione in fuga o uccisa in quella che è stata una delle culle del cristianesimo ».

Allora bisogna fare in modo che l’idea dei corridoi faccia breccia. Come fare, cambiare la narrazione?

«Certo se il progetto fosse replicato in altri paesi e da altre realtà, con forze e possibilità superiori alle nostre, allora questa buona pratica diventerebbe realmente una risposta organica, cristiana, europea, al dramma del nostro tempo. Ora inizia la Francia, abbiamo qualche speranza che anche qualche altra nazione si possa accodare. Servirebbe uno sforzo maggiore, un coinvolgimento a livello di esecutivi per pensare di dare un senso ad un modello di accoglienza che stiamo dimostrando funzionare. Forse bisogna insistere sulla questione del costo sociale di tutto ciò, perché continuare a inviare denari a improbabili governanti di nazioni che nemmeno esistono più sulla cartina geografica non credo sia la via migliore. E’ sufficiente sentire le parole del presidente dell’Inps Boeri, chiudere le frontiere ci costerebbe 38 miliardi di euro di mancati introiti. I costi di un corretto inserimento di queste persone sono assai inferiori di quanto spendiamo a pattugliare le coste, a gestire un’emergenza continua, a rimpolpare le casse di qualche dittatore».

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E allora perché i discorsi e le politiche paiono andare in un’ altra direzione?

«Trionfano i populismi, i partiti giocano col fuoco nell’alimentare l’idea dell’invasione che tale non è, ben spalleggiati da molti mezzi di informazione. Io però non sono convinto che l’elettorato sia così come ci viene descritto: credo che quando le storie sono raccontate e gli esempi si fanno concreti, allora il buon senso spesso viene fuori anche fra gli oltranzisti. Come sempre è questione di educare le persone, in questo caso a guardare, semplicemente a guardare, senza paraocchi imposti dagli altri. Vedrebbero bambini con gli sguardi segnati dalla paura, donne sole senza speranza, uomini in cerca di futuro. Per facilità, per slogan vecchi e triti si fa una narrazione errata. Troppo amplificata in Italia, in cui anche le scelte securitarie del governo in carica avvallano questo disegno di presunta emergenza; di quasi totale ignoranza da parte dell’opinione pubblica nel resto d’Europa, in cui i giornali invece non informano in tal senso».

Europa che infatti risponde con chiusure alle richieste dell’Italia di una maggiore partecipazione

Esatto. Il re è nudo. La dimostrazione che l’Europa è tale solo sulla carta; le radici cristiane che ne sarebbero fondamento, e il secolo dei lumi che ne avrebbe forgiato l’indole sono invenzioni che si squagliano davanti alla mancata solidarietà, alla chiusura delle frontiere e dei cuori. Ora pure dei porti. Tutta questa assurda guerra in Siria è giocata su tavoli politici e la gente vive un’apocalisse, pagando le scelte prese sopra le loro teste. Un prete ortodosso mi ha citato un detto arabo: “Quando gli elefanti combattono è l’erba a soffrire”. Più chiaro di così.

Siete di ritorno da un viaggio in Siria, a Damasco e a Homs, perché ?

«Perché abbiamo a che fare con persone che da quelle terre fuggono, e ci è parso doveroso offrire un gesto di solidarietà alle nostre sorelle e fratelli evangelici che da anni vivono in una condizione drammatica. Abbiamo portato una lettera di vicinanza firmata dal presidente della Federazione delle chiese evangeliche in Italia Luca Negro e ovunque siamo stati accolti con un calore che ci ha commosso. Abbiamo incontrato rappresentanti delle chiese siriaco- ortodosse, presbiteriane, alle prese con una difficile ricostruzione e con una ancor più difficile pacificazione e ripresa del dialogo. Gente che abitava fianco a fianco si è combattuta senza pietà. C’è da ripristinare la fiducia reciproca, lavorare sui giovani perché non crescano nell’odio e nel rancore. Purtroppo tutto ciò avviene in una situazione di emergenza sanitaria enorme. Manca tutto, mancano farmaci per patologie importanti a causa dell’embargo in corso, con le aziende farmaceutiche europee che non vendono più medicinali per paura di ritorsioni da parte dei colossi statunitensi; mancano ricambi di attrezzature mediche, e anche in questo caso abbiamo contattato gli ospedali evangelici in Italia, Villa Betania e Genova, per capire se è possibile avviare una sorta di gemellaggio anche in tal senso. E’ in corso una catastrofe umanitaria, bisogna fare in fretta. Eppure anche qui la volontà e la tenacia portano a piccoli miracoli: ci sono progetti ecumenici in corso soprattutto rivolti ai bambini, che dovranno esser il futuro di questa terra. E allora corsi di “buona educazione” per ripristinare il senso di accoglienza dello straniero organizzati dagli ortodossi, corsi di musica ( in una chiesa cattolico melchita i volontari lavorano con 300 bambini in una grande orchestra che si è poi esibita in un concerto in nostra presenza); cristiani e musulmani insieme gestiscono mense pubbliche, donne avviano progetti di micro imprenditorialità. Tanti segnali di speranza che anche noi siamo chiamati a incoraggiare, a sostenere. Anche perché il futuro dell’Europa passa dalla pacificazione di queste aree».

Immagini di Sara Manisera

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