Don Lorenzo Milani, oggi

L’accoglienza come condivisione, non soltanto inclusione

«Non c’è nulla che sia più ingiusto quanto far le parti eguali fra disuguali», affermava con profonda convinzione don Lorenzo Milani, uno che il cardinale Florit definì «Egocentrico, pazzo, tipo orgoglioso e squilibrato», colui che accoglieva chi era «senza basi», chi era l’ultimo nella Scuola pubblica e veniva accolto come il primo della classe, perché «sembrava che la scuola fosse tutta solo per lui e finché non aveva capito, gli altri non andavano avanti». Era proprio in questa attenzione per l’«ultimo», per il più svantaggiato, il più deprivato che si traduceva l’I Care, principio che ispirava e distingueva il modo di fare scuola a Barbiana. Certamente questo sovvertiva, ribaltava gli schemi, quelli della chiesa di quel cardinale, quelli della «società civile» e della sua scuola, che dalla fine dell’Ottocento in poi ha raccomandato a maestri e maestre della Scuola elementare, allora principalmente rivolta al popolo: «Istruire quanto basta, educare più che si può». Dunque molta «istruzione» per i «Pierini», che dovranno essere l’ossatura della futura classe dirigente, poca per i «Gianni», figli delle classi meno abbienti (contadini e operai); per loro: molta «educazione», cioè accettazione della propria condizione subalterna, minima capacità critica, rispetto per il «potere».

Ma a Barbiana non ci si poneva in questi termini, «educazione» voleva dire fondersi con l’«istruzione» e in particolare quella linguistica, che ne era perciò il principio cardine, perché solo attraverso la parola la persona «sarà in grado di emanciparsi», così come l’altro cardine era la «scrittura collettiva». In questo stava e sta la forza e l’attualità del messaggio di don Milani, cioè liberare le persone dai gioghi politici, culturali e sociali che li sottomettono e li imprigionano, per aprirsi a una realtà di pensiero critico e divergente. Un suo allievo ricorda che un giorno un ragazzo di «solida famiglia cattolica» gli chiese: «Ma lei insegna anche a lui che è comunista e dichiarato nemico della Chiesa?». «Io gli insegno bene – rispose –, gli insegno ad essere un uomo migliore, e se poi continua a rimanere comunista, sarà un comunista migliore». Per questo non si «educa» all’«uguaglianza», non ci si adopera per normalizzare né per convertire, perché senza una libera e convinta scelta, ognuno di noi non potrà mai trovare la propria identità, la propria strada, che non comincia mai dove inizia quella dell’altro o dell’altra, né finisce nello stesso punto. Non basta perciò professare una «fede» senza una vera «cura», senza che l’accoglienza, per dirla con Zigmunt Bauman, superi anche il concetto di tolleranza, per diventare condivisione oltre che inclusione.

Sui banchi di scuola oggi non ci sono più i «Gianni» di allora, ci sono i figli degli immigrati, i figli di situazioni familiari disastrose, i diversamente abili, i tantissimi «minori non accompagnati», i figli della «Guerra», tanto rifuggita da Don Milani, come possiamo leggere al termine della sua Lettera ai Cappellani Militari: «Auspichiamo dunque tutto il contrario di quel che voi auspicate: auspichiamo che abbia termine finalmente ogni discriminazione e ogni divisione di Patria di fronte ai soldati di tutti i fronti e di tutte le divise […] Se volete diciamo: preghiamo per quegli infelici che, avvelenati senza loro colpa da una propaganda d’odio, si son sacrificati per il solo malinteso ideale di Patria calpestando senza avvedersene ogni altro nobile ideale umano».

È dunque questa la grande forza e la grande attualità di uno spirito anticipatore, di una persona che nel presente viveva il futuro di un mondo bisognoso di cancellare tutte quelle identità assolute figlie delle idee e non della vera storia, ed è questo il messaggio, oggi, di un «educatore», casualmente «prete», sicuramente uomo di una fede universale che vede la diversità come valore assoluto, dove l’altro o l’altra che mi sta accanto, qualunque sia la sua cultura, la sua religione, la sua condizione fisica, la sua visione del mondo, è il mio compagno o compagna di banco per condividere insieme la «nostra» crescita, senza barriera alcuna, dove sulla porta della classe (il Mondo) possiamo leggere, ancora oggi come molti decenni fa nella Scuola di Barbiana, «I Care».

Immagine: Di Lmagnolfi - Opera propria, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=46481735

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