Emanuela Genre, pinerolese, ha curato e pubblicato nel maggio del 2017 con Neos Edizioni il libro Chi va al mulino... acque, mulini e mugnai delle valli piemontesi, con prefazione di Gian Vittorio Avondo. Un racconto che nasce dalla passione verso i mulini che l’autrice coltiva e approfondisce da molti anni.

Con una tesi sul mulino di Bobbio Pellice ha conseguito la laurea magistrale in Antropologia Culturale e Etnologia, lavoro che è stato poi anche pubblicato nel 2016 sulla rivista delle Valli valdesi La Beidana con un articolo dal titolo Il mulino di Bobbio – Dalle prime testimonianze storiche al recente restauro.

Radio Beckwith Evangelica ha ospitato Emanuela Genre nella trasmissione Tutto Qui: partendo dalla genesi del libro, si parla del territorio che è stato coinvolto, del metodo della ricerca e di alcune curiosità.

Come nasce il tuo libro?

«I mulini hanno un fascino naturale, un sapore quasi fiabesco e leggendario, da sempre mi incuriosiscono. All’università un professore mi ha proposto di trasformare la mia passione nella tesi di laurea, e questo mi ha permesso di scendere ancora più a fondo nella ricerca e di concretizzare un lavoro, un libro, impresa impensabile fino a qualche anno fa. La mia ricerca parte sovente dagli archivi comunali, che sono delle vere e proprio miniere di informazioni: nonostante non sia sempre così immediato accedervi e trovare ciò che si vuole, con un po’ di pazienza si trovano documentazioni preziose. E poi ho percorso fisicamente le Valli in lungo e in largo, alla scoperta di edifici ancora esistenti o di tracce di quelli che ormai sono diventati ruderi».

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Bobbio Pellice (TO). La ruota del mulino in movimento

In quale territorio ti sei mossa?

«Inizialmente mi sono dedicata alle valli Pellice, Chisone e Germanasca, un territorio che, per appartenenza, conosco meglio. Mi dispiaceva però localizzare troppo l’area geografica, così ho ampliato il raggio d’azione andando anche nel cuneese, in particolare in val Maira, in val di Susa e nella pianura e colline del Pinerolese, da Prali a Usseaux, da Torre Pellice a Dronero, da Pancalieri a Bussoleno. In ogni territorio ho trovato un mondo ampio ancora poco studiato, con particolarità differenti e casi curiosi, come la ruota di un mulino di Cantalupa considerata, con i suoi otto metri, la più grande del Piemonte».

Anche l’aspetto iconografico ha una sua importanza nel libro: ci sono molte foto a colori o in bianco e nero, realizzate dalla stessa autrice, e immagini di documenti d’epoca ritrovate nei vari archivi.
La foto di copertina viene commentata da Emanuela Genre, che invita a indovinare il luogo esatto in cui la si può trovare:

 

 

Esistono solo mulini ad acqua in Piemonte?

«No, si possono trovare anche alcuni esemplari di mulini a vento, anche se rimangono per lo più delle curiose eccezioni in alcuni posti più ventosi. La risorsa principale che abbiamo a disposizione sul nostro territorio è l’acqua, quindi è ovvio che la maggior parte dei mulini sia legata a questa forma di erogazione di energia, gratuita e pressoché costante».

Ci sono ancora dei mulini in funzione?

«Ci sono ancora piccole aziende che macinano per trasformare questa farina in prodotti dedicati alla vendita, oppure mulini con meccanismi in funzione, che però ormai sono luogo di visita per turisti o scolaresche. Possiamo anche trovare vecchi mulini che sono stati trasformati in altro: ristoranti, bar, realtà museali e, perché no, in case abitate».

Chi va al mulino sarà presentato quest’estate in alcune rassegne librarie del territorio: il 26 luglio a Pralibro, l’11 agosto al Forte di Fenestrelle e a Sestriere. Delle buone occasioni per scoprire un pezzo del nostro territorio e scambiare quattro chiacchiere con l’autrice.

Immagine di copertina: Roure (TO). Interno del mulino di Castel del Bosco, visitabile su richiesta

Interesse geografico: