Giovedì 15 giugno l’aula del Senato ha visto l’arrivo del disegno di legge 2092, già approvato dalla Camera nell’ottobre del 2015, con il quale si intende riformare una parte del diritto di cittadinanza introducendo nel nostro ordinamento alcuni aspetti dello ius soli, la cittadinanza per parziale diritto di nascita.

Sin dal 1992, chi nasce in Italia da genitori stranieri e continua a viverci legalmente, può già diventare cittadino italiano, ma soltanto a partire dal compimento dei 18 anni, non prima.

Inoltre, la legge giunta ieri in Aula non intende portare a regime un sistema di ius soli completo, come quello in vigore per esempio negli Stati Uniti, e che prevede che chi nasce sul territorio statunitense diventi cittadino americano, ma una versione che viene definita “temperata”. Secondo il ddl 2092, i bambini nati in Italia da genitori stranieri potranno diventare cittadini italiani soltanto in base a condizioni specifiche.

La reazione di alcuni senatori è stata dura e violenta, e la rissa, questa volta non metaforica ma reale, è finita con la ministra dell’Istruzione, Valeria Fedeli, portata in infermeria. Vista la tensione e visto che la situazione rischiava di sfuggire ancora di più al controllo, il provvedimento è stato per ora soltanto incardinato, ma non verrà votato almeno fino a fine mese, quando anche i ballottaggi delle amministrative apparterranno al passato, e il governo, lontano a quel punto da scadenze elettorali, potrà porre la fiducia sul testo, come chiesto anche dal presidente del Partito democratico, Matteo Orfini.

Se approvata, la nuova legge sulla cittadinanza introdurrebbe alcune novità rispetto alle modalità classiche di acquisizione della cittadinanza: i minori nati in Italia da genitori stranieri potranno acquisire la cittadinanza italiana a condizione che almeno uno dei genitori sia titolare di diritto di soggiorno illimitato, oppure, se non è cittadino europeo, di un permesso di soggiorno di lungo periodo dell’Unione Europea. La seconda modalità, quella che viene chiamata ius culturae, riguarda invece i minori stranieri arrivati in Italia prima del compimento dei 12 anni e che potranno diventare italiani dimostrando di aver frequentato regolarmente dei percorsi di formazione, come cinque anni di frequenza di un normale ciclo scolastico, oppure un corso professionale di almeno tre anni.

La domanda potrà essere presentata da uno dei genitori all’ufficio di stato civile del Comune di residenza entro il compimento della maggiore età del figlio, altrimenti dal diretto interessato diventato maggiorenne, che avrà però due anni di tempo per farlo.

I critici della norma, che in alcuni casi hanno parlato addirittura di un tentativo di “sostituzione etnica” portato avanti dalla maggioranza per danneggiare gli italiani, definiscono il disegno di legge come una minaccia alla società e ai conti italiani, affermando di avere dietro di sé un’ampia maggioranza. Non è dello stesso avviso Filippo Miraglia, vicepresidente nazionale di Arci e portavoce della campagna “L’Italia sono anch’io”. «Ancora oggi – racconta – se si chiede agli italiani e alle italiane se sono d’accordo sull’ipotesi contenuta nella legge dello ius soli, sappiamo che la maggioranza è d’accordo. L’ultimo sondaggio su questo tema ci dice che più del 70% degli italiani è favorevole a questo fatto. Tuttavia vediamo che chi invece è contro gli immigrati e contro un’ipotesi che consideriamo una scelta di civiltà ottiene uno spazio nella comunicazione pubblica assolutamente sproporzionato. Si tratta di movimenti e di persone che lo fanno a fini elettorali e che hanno un basso riscontro nell’opinione pubblica italiana, ma che ottengono uno spazio enorme perché fanno la faccia cattiva, che oggi va molto di moda nella comunicazione pubblica. Sembra che questo Paese ce l’abbia con gli immigrati, ma non è così».

E quindi che Paese è?

«Questo è un Paese che su questa ipotesi dello ius soli è d’accordo perché ognuno di noi ha figli nelle scuole italiane che hanno compagni di classe di origine straniera, e questi ragazzi, ragazze, bambini e bambini sono stranieri per i primi 18 anni della loro vita in maniera inspiegabile, soprattutto per un Paese che ormai è in declino da un punto di vista demografico e lo è nonostante questi 5.000.000 di stranieri e i loro figli. Noi addirittura dovremmo chiedere agli stranieri di venire in Italia per poter mantenere il livello di sviluppo che ha questo Paese, e invece quelli che nascono e crescono qui li facciamo sentire estranei.

Il tema della rappresentazione pubblica di questo argomento è molto delicato: non c’è in Italia una maggioranza che la pensa come i neofascisti di Casa Pound o come la Lega Nord, ma c’è invece una maggioranza di italiani che la pensa come noi a cui però non viene dato uno spazio adeguato nella comunicazione pubblica, occupato invece da quelli che chiamiamo predicatori d’odio».

Anche ieri la Lega Nord ha parlato di “invasione”: ma di che cifre parliamo?

«L’ipotesi in discussione al Senato, approvata alla Camera dall’attuale maggioranza il 13 ottobre 2015, riguarda soltanto i minori: chi nasce in Italia con almeno un genitore con un permesso di soggiorno a lungo termine può diventare italiano, così come chi, nato all’estero ma arrivato in Italia prima dei 12 anni, ha compiuto un percorso di studio completo, come per esempio il ciclo delle elementari. Questa è oggi la condizione di quasi un milione di ragazzi e ragazze che finalmente, italiani come gli altri nella loro quotidianità, si vedrebbero riconosciuta questa italianità. Parliamo di persone che hanno voglia di essere italiani a volte più degli italiani stessi, ai quali se si chiede un’adesione alla nostra Costituzione, a differenza di quelli di Casa Pound o della Lega Nord, sono molto più propensi e sicuramente molto più vicini ai valori della nostra Costituzione di quanto non lo siano queste persone che ieri manifestavano contro di loro».

È un testo in linea con quello da voi figurato?

«Non esattamente. Avevamo espresso delle critiche già quando il testo oggi in discussione al Senato era stato approvato alla Camera, perché questa legge non affronta in nessun modo la questione della cittadinanza per gli adulti, cioè per chi lavora e vive in Italia da tanti anni. Rimane immutato il testo, la legge numero 91 del 1992, oggi in vigore, per cui la cittadinanza è una concessione, e non, come auspicavamo e avevamo scritto nella nostra legge di iniziativa popolare, un diritto soggettivo, al quale il cittadino straniero può accedere sulla base delle proprie condizioni e non sulla discrezionalità dell’amministrazione pubblica. Oggi purtroppo è così, infatti più di un milione di stranieri hanno chiesto di diventare italiani e aspettano una risposta che nella maggior parte dei casi sarà negativa o non arriverà prima dei 4/5 anni perché sono i funzionari del ministero dell’Interno a decidere di dire di sì o di no a un cittadino straniero. Ecco, la legge non tocca tutto questo ambito, mentre modifica in maniera molto limitata la parte dedicata ai minori, anche perché introduce una differenziazione tra quegli stranieri che magari sono presenti qui in Italia da tanti anni e riescono oppure no a ottenere un permesso per lungosoggiornanti, che pone condizioni molto stringenti sul reddito, sulla casa e sul numero dei figli. Come abbiamo già avuto modo di dire a suo tempo, quindi, pone una discriminante sul piano delle risorse economiche: c’è chi si potrà permettere di avere dei figli italiani e chi non se lo potrà permettere, e anche questo non è bello, perché un diritto basato sul censo è una contraddizione».

Quindi non cambierebbe nulla?

«Al contrario, cambierebbe comunque molto. Al di là delle critiche riconosciamo il fatto che se il Parlamento finalmente approverà una riforma, seppur limitata, sarà una risposta a centinaia di migliaia di famiglie che vogliono diventare italiani e italiane, i cui figli vogliono essere italiani e italiane e questo aiuterà il nostro Paese. È evidente che se, come vorrebbe chi ieri manifestava contro la legge, in piazza e al Senato, si aumentasse questa distanza tra le famiglie di origine straniera e l’Italia la sicurezza di questo Paese non ne trarrebbe affatto un guadagno, anzi. A queste persone che si sentono più italiane degli italiani dobbiamo spiegare che l’Italia è il loro Paese, si possono sentire a casa loro, non il contrario, perché il contrario non gioverebbe né all’Italia né a loro».

Quando arriveremo all’approvazione, magari attraverso un voto di fiducia, com’è stato detto in queste ore, secondo lei le polemiche si spegneranno, un po’ com’è accaduto, per esempio, con le unioni civili?

«Sì, penso che questo rumore durerà poco, perché questo è un argomento su cui si prova a raccogliere consenso elettorale e ad allargare la propria base. Una volta approvata la legge, passato il momento di conflitto culturale e politico che c’è, e quindi anche l’attenzione della stampa, i neofascisti e la Lega Nord passeranno a un altro argomento. Più la legislazione risponde ai problemi della realtà e non alle esigenze politiche di qualche movimento che deve raccogliere consenso, più si stemperano i toni del conflitto».

Interesse geografico: