Se è vero che le religioni hanno fra loro un rapporto tormentato – come ha detto il rabbino capo Ariel Di Porto salutando gli ospiti –, occasioni come quella della visita della Comunità luterana di Torino alla Comunità ebraica della stessa città il 16 marzo, sono preziose per avviare una conoscenza che è passaggio obbligato lungo il cammino che della fraternità. La convivenza fra religioni non è semplice, ha proseguito rav Di Porto, perché esse portano all’umanità la loro verità, ed è difficile far sussistere contemporaneamente più di una verità. E tuttavia non vi è altra strada, e l’occasione infatti è stata gradita e apprezzata da ambo le parti.

Più di venti gli ospiti che, su iniziativa dell’Amicizia ebraico-cristiana (Aec) del capoluogo piemontese hanno visitato la sinagoga «piccola» (la Comunità luterana torinese conta un centinaio di membri, dunque i presenti erano una percentuale notevole), dove si è svolta la maggior parte dell’incontro. La vicepresidente della Comunità ebraica Anna Guastalla ha ricordato come siano da molto tempo abituali i rapporti con la locale chiesa valdese (quasi dirimpettaia rispetto alla sinagoga, in quella via intitolata a papa Pio V e in un quartiere, San Salvario, fra i più «multietnici» e «multireligiosi» d’Italia); la vicepresidente dell’Aec torinese Ori Sierra ha fornito una serie di spiegazioni sulla struttura e sulle funzioni, non esclusivamente liturgiche, della sinagoga; Franco Segre è riandato al momento in cui anche gli ebrei in Piemonte, poco dopo i valdesi, videro riconosciuti i diritti civili e politici, e poterono uscire dal «ghetto» che sorgeva intorno a piazza Carlo Emanuele. Nel 1859 furono acquistati dei terreni in San Salvario e venne assegnato l’incarico del progetto di una sinagoga all’illustre architetto Antonelli: il progetto si rivelò troppo oneroso (e infatti è diventato la Mole Antonelliana, oggi sede del Museo nazionale del cinema), e venne realizzato quello dell’arch. Petitti, in stile moresco, che vide la sua inaugurazione nel 1884. La guerra e la deportazione degli ebrei piemontesi, dopo l’infamia delle leggi razziali del 1938, compromisero tragicamente quella che era la vita di una grande comunità, i cui membri erano pienamente inseriti nella vita cittadina: David Sorani ha ricordato come molti fossero stati convintamente partecipi dell’epoca risorgimentale e altri parte attiva nella Prima Guerra mondiale.

Il pastore Heiner Bludau, che è anche decano della Chiesa evangelica luterana in Italia, ha spiegato le motivazioni della visita, La comunità prevede fra le proprie iniziative i contatti con le altre fedi presenti in città, e tuttavia – ha detto il pastore– «l’ebraismo non è come le altre religioni». Inoltre «non possiamo capire che cosa ci unisce e che cosa divide, se si guarda solo dal di fuori». Siamo quindi parenti, ha concluso, con la consapevolezza che viene ricordata da Paolo: «... non sei tu che porti la radice, ma è la radice che porta te» (Romani 11, 18). Questo rapporto di ideale parentela è stato sottolineato anche dal pastore avventista Francesco Mosca, dell’Amicizia ebraico-cristiana di Torino: «una semplice visita – ha detto – si è trasformata in un momento significativo che va al di là del passato e della storia e si propone come evento profetico». E, citando il profeta Malachia, «il Signore ricondurrà il cuore di padri verso i figliuoli e il cuore dei figliuoli verso i padri».

Immagine di Ada Treves

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