Da alcuni giorni i documenti delle repubbliche separatiste dell’est dell’Ucraina hanno valore nel territorio della Federazione Russa, permettendo ai cittadini di Donetsk e Lugansk di entrare in Russia utilizzando i documenti d’identità rilasciati dalle autorità dei territori che si sono proclamati indipendenti nella primavera del 2014. Per comprendere come si sia arrivati a questa decisione, annunciata in diverse occasioni ma resa concreta soltanto il 18 febbraio, bisogna tornare alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco, nella quale si è puntato il dito contro la Russia per il protrarsi del conflitto nell’est dell’Ucraina. Una conferenza, tuttavia, che è stata caratterizzata dalla prudenza, se non dall’indifferenza, nei confronti della questione ucraina, scomparsa da mesi dalle prime pagine dei giornali generalisti. In questo clima di ostilità e silenzio, per Vladimir Putin è stato facile portare avanti una mossa speculare alla liberalizzazione dei visti ucraini in Unione europea, con la differenza di tempi di applicazione molto più brevi e di una generale sensazione di efficienza che Bruxelles non può esibire.

Per Pietro Rizzi, ricercatore all’Università di Bergamo e osservatore elettorale dell’Osce, «era una decisione annunciata, che prima di tutto ha creato malcontento sia a Kiev sia nelle cancellerie europee e statunitensi, perché è stata vista quasi come un aggiramento dell’accordo di Minsk, che invece avrebbe dovuto portare tranquillità nella zona e fermare le armi nel Donbass».

In concreto che cosa cambia?

«Bisogna chiarire innanzitutto un aspetto: è una forma di riconoscimento delle repubbliche separatiste? Tecnicamente no. Nell’ordine esecutivo con il quale Putin ha deciso di riconoscere questi documenti si parla di una misura umanitaria, finalizzata a rendere la vita migliore ai cittadini del Donbass. Non è un riconoscimento vero e proprio, ma non ci va molto lontano, perché vengono comunque riconosciuti dei documenti emessi dalle repubbliche separatiste. Insomma, è soltanto una questione giuridica, però fa sì che vengano riconosciuti degli atti fatti da repubbliche ufficialmente inesistenti e che non sono riconosciute neanche dalla Russia; di conseguenza si pongono le basi affinché sia possibile poi in futuro andare oltre».

Perché si è arrivati proprio ora a compiere questo gesto? Il momento in cui questa decisione è diventata effettiva è rilevante?

«Molto. Prendiamo come riferimento proprio il giorno in cui è stato firmato questo ordine, il 18 febbraio, poche ore dopo l’intervento del vicepresidente americano Pence alla conferenza sulla sicurezza di Monaco. Putin si aspettava un ammorbidimento della posizione statunitense sull’Ucraina, com’era stato preannunciato quando è stato eletto presidente Trump, ma invece Pence è stato molto duro con la Russia, l’ha accusata di essere la principale colpevole del mancato funzionamento dell’accordo di Minsk e poche ore dopo è uscito quest’ordine esecutivo di Putin. Sarà un caso? Forse. Però è più probabile che si tratti di una ritorsione. Per giunta potrebbe essere un modo da parte di Putin per far capire che la situazione è sempre lì, che la Russia è l’unica in questo momento molto attenta alla questione: gli Stati Uniti hanno pensato più alle elezioni e al post-elezioni che ad altro, allo stesso modo in Francia e Germania si stanno aspettando le elezioni, quindi l’attenzione è rivolta altrove, mentre Putin è lì e tiene sotto controllo la situazione, e ha fatto capire che lui è sempre pronto a calare l’asso dalla manica».

Come diceva, nell’ordine esecutivo si forniscono motivazioni di carattere umanitario. Possiamo veramente ritenere perseguitati gli abitanti delle aree russofone dell’Ucraina?

«No. Di sicuro gli abitanti russofoni delle zone ucraine non sono mai stati perseguitati in quanto tali: il problema più che altro politico, ma la popolazione, che parli russo o che parli ucraino, visto che spesso si parlano entrambe le lingue, non ha mai subito persecuzioni o è mai stata messa in secondo piano rispetto alle popolazioni ucrainofone. È stata più che altro una creazione, un pretesto. L’unica situazione degna di nota in questo senso è una bozza di legge con cui si voleva rendere l’ucraino l’unica lingua ufficiale dell’Ucraina, ma in quel frangente c’è stata una levata di scudi non solo da parte chi era contro a questa idea, ma anche da chi tutto sommato considera l’ucraino la lingua preminente. È un problema un po’ di facciata, che forse tocca di più chi sta nel Donbass e cerca di parlare ucraino. È una situazione che va valutata più che altro da un punto di vista politico, ma ribadisco che la popolazione non è mai stata discriminata per l’uso della lingua russa».

Questo gesto viola parte degli accordi di Minsk, che non hanno mai avuto una ricaduta concreta sul terreno. Si può immaginare una qualche nuova forma d’intesa per provare a colmare quello che non è stato fatto con Minsk?

«È molto difficile, perché ci sono delle clausole dell’accordo di Minsk che bloccano tutto e che non sembrano superabili. In particolare è importante quella riguardante le elezioni nei territori controllati dai separatisti: la Russia vorrebbe che si tenessero quanto prima, e l’Ucraina è disposta a portarle avanti, anche perché aveva firmato l’accordo, però vuole mantenere una qualche forma di controllo sul voto. Questo è un punto che blocca al momento tutti gli altri discorsi che sono in ballo e che andrebbero portati avanti ma che purtroppo sono bloccati. Il problema però è che in Ucraina si continua a morire, quindi non siamo di fronte a un conflitto congelato, perché di congelato purtroppo non c’è niente. Al limite si passa da momenti più intensi, nei quali quotidianamente si contano tra i 5 e i 10 morti, che tra l’altro non fanno più notizia, a periodi in cui le batterie si fermano e quindi non ci sono morti. Insomma, per il contesto attuale è difficile pensare che il protocollo di Minsk venga implementato a breve».

Immagine: via Flickr

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