Nella mattina di lunedì 6 marzo il mare che separa la penisola coreana dal Giappone è stato molto agitato: tre dei quattro missili lanciati da una base nordcoreana sono infatti caduti nelle acque territoriali giapponesi. Pur non rappresentando in sé un concreto pericolo, questi lanci raccontano che il governo di Pyongyang non sembra intenzionato a migliorare i rapporti con i vicini, preferendo invece un approccio “muscolare”.

Secondo quanto raccontato dai mezzi d’informazione ufficiali nordcoreani, i quattro missili fanno parte di una fase di sperimentazione per arrivare un giorno a colpire le basi militari statunitensi in Giappone, superando i nuovi sistemi antimissile Thaad installati di recente in Corea del Sud proprio da Washington e poco graditi anche dalla Cina, storico alleato della Corea del Nord sempre più insofferente nei confronti degli eccessi di Kim Jong-un.

Tuttavia, al netto dell’eccentricità della figura del dittatore nordcoreano, raccontato dai media occidentali soprattutto per gli eccessi caratteriali, non è possibile passare oltre a questi lanci pensando che siano qualcosa di fine a se stesso. Da Pechino, Gabriele Battaglia, membro del collettivo di giornalisti China Files, racconta che in realtà «il regime nordcoreano gioca su più tavoli».

Che cosa significa?

«Significa che la Corea del Nord porta avanti due obiettivi: da un lato il tentativo è quello di preservare il regime in vita, perché lo scopo ultimo da parte di Kim Jong-un sembra quello di far proseguire la cosiddetta “dinastia rossa” dei Kim. Dall’altra parte però c’è un altro obiettivo, ormai di lungo periodo, che arriva dagli anni Cinquanta. Alla fine della guerra di Corea infatti non ci fu mai un trattato di pace: ufficialmente ci fu un armistizio che lasciò un po’ le mani libere a tutti gli attori in campo e l’idea è che la Corea del Nord probabilmente voglia arrivare a un trattato di pace definitivo, sempre per garantire la sopravvivenza del regime. Il problema però è che al tavolo di eventuali trattative non si vogliono sedere soprattutto gli Stati Uniti. Presi in mezzo a questa situazione, che dura da decenni, ci sono gli altri due attori fondamentali, che sono la Cina e la Corea del Sud: entrambi farebbero volentieri a meno della Corea del Nord, ma nessuno dei due vuole che Pyongyang collassi, perché per la Corea del Sud significherebbe doversi gestire l’emergenza dei profughi nordcoreani, e sappiamo che non è una facile integrazione quella tra le due coree, mentre per la Cina significherebbe trovarsi inevitabilmente le truppe statunitensi al confine».

Ma al di là del clamore, il lancio di questi missili è politicamente rilevante?

«Allora, non si può dire che Kim Jong-un non abbia il senso dei tempi di scena, perché questi missili arrivano proprio nel momento in cui Stati Uniti e Corea del Sud stanno compiendo esercitazioni congiunte nella parte meridionale della penisola coreana, e dall’altra parte proprio mentre si apre il Lianghui, cioè la doppia seduta dei due parlamenti cinesi. In particolare, in questa doppia seduta la Cina ha annunciato la crescita del suo budget militare del 7% per il 2017. Parliamo della stessa Cina che, oltre ad essere il grande protettore della Corea del Nord, è anche il Paese che subito dopo l’assassinio di Kim Jong-nam, il fratellastro di Kim Jong-un, ha applicato una risoluzione delle Nazioni Unite per sospendere tutte le importazioni di carbone da Pyongyang. Ecco, il lancio dei quattro missili che sono caduti a metà strada tra Giappone e Corea del Sud è stato fatto da una rampa di lancio che si trova molto vicina al confine con la Cina. Il messaggio è abbastanza chiaro, in sostanza si sta dicendo a tutto il mondo che si stanno facendo i conti senza l’oste. Kim Jong-un sta dicendo alla Cina che può bloccare le importazioni di carbone e agli Stati Uniti che può portare avanti le esercitazioni congiunte nel sud della Corea, ma entrambi devono ricordare che la Corea del Nord ha i missili e anche le testate nucleari».

Dall’altra parte ci sono appunto le esercitazioni militari congiunte Washington-Seul. Sulle esercitazioni congiunte Usa-SK ci sarebbe da chiedersi: sono derubricabili a provocazione o sono qualcosa di effettivamente utile per definire alcuni equilibri?

«Diciamo che appartengono al gioco delle parti: ovviamente i due paesi sono alleati e adesso hanno anche installato questo nuovo sistema missilistico, il Thaad, ufficialmente in funzione anti-Pyongyang. Si tratta però di un sistema missilistico che dà moltissimo fastidio a Pechino e anche in parte alla Russia, perché potrebbe anche essere utilizzato contro questi paesi e tutto fa parte di un gioco delle parti in cui sono comunque esercitazioni previste da tempo, abbastanza ordinarie, però è tutto un misurarsi a vicenda e lanciarsi dei messaggi abbastanza espliciti a vicenda. Il punto è che non si capisce mai se la situazione possa davvero arrivare a un’escalation. Oggi per esempio per quanto riguarda la Corea del Nord c’è stato un improvviso peggioramento dei rapporti diplomatici con la Malesia, e quindi non si capisce dove possa portare tutto ciò, se possano verificarsi incidenti in grado di far precipitare gli eventi o se invece siamo nell’ordinaria amministrazione».

Visto dagli occhi di Pechino il comportamento dell’alleato nordcoreano preoccupa?

«Sì, la Cina è preoccupata ed è veramente presa in mezzo, nel senso che da un lato ha questo ruolo di paese protettore della Corea del Nord fin dalla guerra degli anni Cinquanta, ma riesce a svolgerlo sempre di meno, perché dall’altra parte ha bisogno della Corea del Nord come stato-cuscinetto, e questo porta alla difficoltà di far scendere Pyongyang. a più miti consigli. Il fatto è che per l’uomo della strada cinese i nordcoreani sono dei pazzi furiosi, degni dello zoo, ma la ragione di Stato vuole che si mantenga in piedi questo regime. Il governo cinese ha sempre cercato di spingere la Corea del Nord verso delle riforme sullo stile di quelle portate avanti in Cina da Deng Xiaoping, ma non ci è mai riuscita. Ogni volta si ripete un po’ lo stesso giochino, per cui la Cina cerca di far stare tranquilli tutti gli altri player interessati all’area assicurando che la situazione è sotto controllo, ma poi la situazione non lo è. Ci sono imprese cinesi che investono in Corea del Nord e che vengono matematicamente, puntualmente, truffate dai nordcoreani; i cinesi però continuano a farlo perché devono mantenere in vita questo che è nei fatti uno Stato parassita».

Immagine: via Flickr

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