«Senza la solidarietà dei “delinquenti”, noi oggi non saremo qui».

E’ forte l’appello degli enfants cachés, i bambini ebrei che nel corso della seconda guerra mondiale vennero nascosti da istituzioni e soprattutto da comuni cittadini, in particolare in Francia e in Belgio, sfuggendo in questo modo al piano di deportazione e sterminio voluto dalla gerarchia nazista.

La spinta per la lettera pubblica che i superstiti di allora hanno voluto scrivere e firmare in questi giorni è stata data dalla ri-esplosione in Francia del dibattito attorno al cosiddetto delitto di solidarietà: si tratta delle azioni messe in atto per accogliere fra le propria mura dei migranti, nasconderli alle pubbliche autorità per evitarne il rimpatrio, oppure tentare di accompagnarli oltre frontiera (ad esempio la questione Ventimiglia-Mentone- val Roya) per far proseguire il loro viaggio di speranza. Azioni che spesso si scontrano con le leggi vigenti.

«E’ questo il tempo in cui il delitto di solidarietà è di nuovo fra noi. Nella valle Roya, a Calais, a Parigi, ovunque attivisti e cittadini sono in prima linea nel fornire una qualche forma di aiuto a queste persone, ecco puntuali arrivare minacce, intimidazioni, interventi delle autorità. Noi, bambini ebrei nascosti durante il secondo conflitto mondiale dichiariamo solennemente che se oggi siamo vivi è perché i trasgressori di quell’epoca hanno disobbedito, nascondendoci, nutrendoci, fornendo varie forme di aiuto nonostante le leggi del governo di Vichy e la forza della potenza occupante. Hanno aperto le loro porte, hanno falsificato le nostre identità, hanno taciuto ignorando le disposizioni della polizia e dell’amministrazione; si sono insomma messi di traverso alla persecuzione in corso. Oggi quella solidarietà di allora è pubblicamente riconosciuta e noi siamo grati a quelle persone. Come siamo grati ai nostri genitori e parenti che fecero la tremenda scelta di separarsi da noi per salvarci, trasformandoci così in “minori non accompagnati”.

Ma questo dovere di solidarietà deve esistere anche oggi, e per questo noi chiediamo la fine di questo clima di intimidazione. Siamo vicini a coloro che si mostrano solidali verso il prossimo. Passiamo la fiaccola della solidarietà a chi decide di impegnarsi e di mostrarsi contrario ad una politica xenofoba».

Furono fra i 60 e i 70 mila i bambini che nella sola Francia vennero sottratti al piano di deportazione tedesco nel corso dell’ultimo conflitto mondiale, con moltissime associazioni, anche protestanti, in prima linea nell’accoglienza.

Questa lettera assume un particolare significato proprio oggi, 6 marzo, che dal 2012 è la data che ricorda in Europa i “Giusti fra le Nazioni”, cioè coloro che in qualche maniera si opposero ai crimini contro l’umanità e ai totalitarismi.

Molti dei bambini sopravvissuti hanno contribuito negli anni a rendere noti i nomi e le storie delle persone, spesso tranquilli “normali” cittadini, che li nascosero e salvarono da morte certa. A loro nel tempo lo Yad Vashem, l’ente nazionale per la memoria della Shoah, ha reso omaggio con il titolo appunto di “Giusti fra le nazioni”.

Il primo firmatario della lettera è Georges Gumpel, enfant caché nel 1943, figlio di deportati e parte civile al processo contro Klaus Barbie, il gerarca nazista noto come il boia di Lione, condannato nel 1987 all’ergastolo (dopo una lunga fuga e vicende varie che ricordano il nostro caso Priebke) per una sfilza di omicidi, massacri e deportazioni messe in atto da colui che era il capo della Gestapo nella città della regione dell’ Auvergne-Rhône-Alpes.

In questi mesi stanno facendo molto parlare le vicende giudiziarie dei vari cittadini transalpini, accusati di accompagnare oltre confine e fornire assistenza a donne, uomini e bambini in fuga da guerra e carestie, e accalcati a Ventimiglia come a Calais in un limbo senza certezze. Privati cittadini, associazioni, organismi religiosi, sono in prima linea per offrire agli occhi di tante persone in fuga un’idea di Europa che non sia quella dei muri, dei respingimenti, dello sguardo rivolto altrove. Da oggi hanno un supporto morale in più, quello degli ebrei sopravvissuti alla Shoah. E non è certo un gesto di poco conto.

Immagine: di Talmoryair — Travail personnel, CC BY 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=6733136

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